Traduzioni

28 maggio 2008

La Repubblica, 28 maggio 2008

Se l'inferno
è un'abitudine

di ALDO SCHIAVONE


La cosa più straordinaria che sta accadendo a Napoli in questi mesi ancora non l'ha raccontata nessuno. Eppure è sotto gli occhi di tutti, nuda, visibilissima, incomprensibile. Ed è semplicemente che, mentre da ogni parte ci si affanna a descrivere un popolo in ginocchio e prostrato dal disastro, loro invece, i napoletani, stanno rimanendo in piedi "a farsi i fatti propri", come qui si impara prestissimo a dire.
La Repubblica, 28 maggio 2008
E tutto nell'immenso e sformato corpo urbano continua a scorrere e ad andare in qualche modo avanti, in quella "quasi normalità" insieme parossistica e quieta che sembra sempre sull'orlo del precipizio, ma che poi non collassa mai davvero, e che è diventata, non saprei più dire da quando, l'autentico tempo storico della città.

L'altro giorno D'Avanzo su "Repubblica" citava Calvino, le battute finali di "Le città invisibili". Aveva ragione, è quello che viene in mente pensando a Napoli. "Accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più". E proprio questo è accaduto: i napoletani, pezzi cospicui delle vecchie borghesie ma anche ampi strati popolari fino a qualche tempo fa orientati dalla classe operaia e ora senza più guide e riferimenti, hanno accettato l'inferno che gli cresceva intorno; vi si sono adattati e ormai fanno persino fatica a riconoscerlo, tanto per loro è consueto. Hanno imparato ad avere accanto la camorra, una presenza capillare quotidiana che può togliere il respiro. Hanno assimilato il degrado urbano come sfondo "naturale" della loro esistenza. In cambio hanno potuto coltivare, spesso anche con grande successo e qualche nobiltà, il proprio particolare, "i fatti propri", si sono conquistati la possibilità di continuare a mantenere un profilo sociale definito, un livello di consumi mediamente alto, per quanto in alcune fasce sociali più esposte spesso distorto da bisogni indotti e fittizi; sono riusciti a non perdere i contatti con la modernità economica globale e le sue occasioni, ad allargare uno spazio di crescita individuale e familiare in molti casi tutt'altro che secondario.


E in effetti mai come oggi Napoli è stata piena di vita. Ha riserve di energia enormi, intelligenza, talenti, conoscenze, iniziativa. Esprime impresa, professioni, creatività, ricerca d'avanguardia. Riesce persino a conservare forme impensabili di dolcezza e di microsolidarietà. Ma tutto ciò si realizza soltanto sul piano dei destini personali, delle relazioni private, del lavoro e della produttività dei singoli o di piccoli gruppi. Appare bloccato, distorto, parziale. Non sa proiettarsi in una dimensione pubblica istituzionale di perseguimento del bene comune, di costruzione di un'appartenenza collettiva, di un autentico legame sociale generatore di un corpo civico, di una soggettività politica e civile appena degni di questi nomi.

Napoli insomma ha scambiato la salvezza privata dei suoi abitanti, o almeno quella che una loro parte rilevante ritiene essere la propria salvezza, con la completa espropriazione del suo destino pubblico. E' questo il prezzo della sua dolorosa modernità. Ha smesso di essere una città dal punto di vista mentale e civile e si è trasformata in uno sconfinato tessuto urbano, che continua a integrare dentro di sé frammenti di disperata bellezza, dove si sovrappongono milioni di piani di vita ciascuno inchiodato nella sua sola dimensione privata, a volte luminosa a volte dannata, ma comunque senza più alcuna capacità o volontà o possibilità di discorso pubblico, di organizzazione solidale, di oltrepassamento del proprio particolare.

Tutto è precipitato agli inizi degli anni ottanta dopo il terremoto. Naturalmente c'era stato un prima: allo storicismo napoletano, che raccontando Napoli racconta se stesso, il prima non sembra mai sufficiente, per quanto indietro si risalga. Ma resta il fatto che il dopo terremoto ha cambiato in modo definitivo la storia della città. E' stato il punto di svolta. Con la ricostruzione arrivarono di colpo a Napoli fiumi di denaro pubblico (decine e decine di migliaia di miliardi di lire). Una quota cospicua finì, attraverso una catena di complicità e di inerzie politiche e amministrative che nessuno ancora ha davvero ricostruito, nelle mani della camorra che la utilizzò per finanziare il passaggio (costosissimo) dal contrabbando alla droga e per darsi una base sociale di massa (mai prima avuta) nell'antico sottoproletariato del centro storico e in quello più recente delle periferie. Si aprì così una stagione di modernizzazione selvaggia della città, certo non interamente illegale, ma dove tuttavia la nuova struttura criminale arrivava a dettare in qualche modo la forma complessiva del processo: tempi, luoghi, priorità. La cultura, se possiamo chiamarla così, che sorreggeva questa tragica egemonia era tutta letteralmente anti-Stato: cultura della violenza, della sopraffazione, della rottura delle regole, dell'affermazione spietata del singolo o del gruppo.

Fuori, la parte della città non investita direttamente dalla decomposizione malavitosa, abbandonata dalla politica a se stessa e alle sue antiche fragilità, ha risposto come poteva. Ha cercato di adattarsi e di sopravvivere, di non gettare al vento le proprie energie, di cogliere le opportunità e di fare anch'essa a meno dello Stato, sostituito da una rete "privata" di protezioni, di legami, nazionali e internazionali, di contiguità. Vi è riuscita ma sacrificando completamente quel tanto di spirito pubblico e di vocazione civile che era riuscita a strappare alla propria storia. Ha soffocato nell'indifferenza la sua voce e non riesce a ritrovare il filo della propria coscienza smarrita.

Ed è chiarissimo che Napoli da sola non ce la può fare a venirne fuori, a ritornare ad essere una città, a spezzare la spirale fra degrado pubblico ed egoismo privato. Ha bisogno del suo Paese e del suo Stato. Di uno Stato che innanzitutto le restituisca il suo territorio, che vi imponga, anche con la forza, la sua sovranità democratica, che sappia spezzare i circuiti dell'economia criminale sostituendoli con quelli di un'imprenditorialità sana e competitiva che sappia avviare, per prima cosa attraverso la scuola, una gigantesca politica di recupero civile delle giovani generazioni.

Dobbiamo esserne tutti convinti: nelle strade di Napoli è in gioco l'identità italiana, la nostra capacità di essere davvero una nazione. E se decideremo di combattere questa battaglia dobbiamo sapere che ci aspettano giorni difficili.



(28 maggio 2008)


Archivio blog