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16 febbraio 2008

L'intervento conclusivo di Arcipelago Napoli (Andrea Morniroli)

Credo che il cantiere che insieme abbiamo vissuto e animato in questi due giorni abbia raggiunto il suo obiettivo principale, cioè quello di attivare “ponti” tra tanti modi di pensare ad una città diversa da quella che oggi siamo costretti a vivere. Quello che abbiamo vissuto è stato uno spazio accessibile, aperto, fortemente partecipato e non pre-confezionato, fuori da quelle liturgie “di sinistra” a cui purtroppo siamo abituati.

Le persone che sono intervenute, sia in plenaria che nei gruppi di lavoro, sono riuscite a confrontarsi sui tre temi proposti alla discussione in modo approfondito e ampio. L’hanno fatto a partire dai propri specifici, dall’esperienza costruita attraverso le pratiche quotidiane, ma senza pensare che il proprio specifico, le proprie priorità dovessero diventare quelle di tutti

C’è stato un dibattito vero, sincero e aperto, che ha sollevato dubbi e domande, che ha proposto percorsi, che non ha nascosto critiche e auto-critiche. Infatti, abbiamo parlato e rivendicato diritti, ma allo stesso tempo ci siamo detti che a volte siamo poco attenti ai nostri doveri. Abbiamo valorizzato le nostre competenze e capacità ma insieme abbiamo fatto emergere i nostri limiti e le nostre difficoltà.

Siamo riusciti, e non era scontato dato il momento, a parlare di politica senza perderci in discussioni su elezioni, alleanze, simboli e candidati. Ne abbiamo parlato, anche “appassionatamente“, privilegiando il terreno dei nessi tra la politica e i nostri contesti quotidiani, su come la politica incide sui nostri terreni di relazione e impegno, sui nostri vissuti collettivi. Insomma abbiamo provato a rovesciare l’approccio, senza però scivolare in “snobbismi”, senza sentenze liquidatorie, senza scivolare in facili qualunquismi.

Insomma senza pensare che le elezioni e il loro esito non ci riguardino, ma dicendoci, in modo altrettanto chiaro, che questa politica così com’è non ci piace. Non ci pare uno spazio dove valga la pena di investire tempo e militanza. Perché ci sembra che quando proviamo a raccontare alla politica, a volte con grandi aspettative, le nostre “passioni” e le nostre istanze, troviamo spesso indifferenza e poca voglia di ascoltare.

In questi giorni più volte abbiamo sentito in molti interventi le parole “passione” e “appassionatamente” in riferimento e per descrivere le nostre pratiche, i nostri obiettivi, le nostre esperienze. E siccome parliamo di passioni in primo luogo dobbiamo sapere che ci stiamo occupando, che siamo dentro, a cose fragili e, allora, come in qualsiasi relazione con la fragilità, dobbiamo avere nella definizione dei percorsi futuri attenzione e delicatezza, dobbiamo investire molto sulla “cura” e sulla “manutenzione”.

In primo luogo dicendo e dicendoci che la ricchezza di questo primo incontro, la varietà di linguaggi che si sono espressi, le differenze di culture e pratiche che si sono confrontate riconoscendosi in un rapporto di pari dignità, non vanno “forzate in tentativi di sintesi oggi impossibili”, o ancora, in scelte di percorsi non ancora comuni nelle nostre teste e soprattutto nelle nostre emozioni.

Quella che invece abbiamo condiviso è la necessità del nostro stare insieme e di rafforzare i nodi che già ci legano. Così come mi pare largamente condivisa la voglia di avviare processi e di aprire spazi capaci di valorizzare, in modo reciproco, le nostre pratiche, di aumentare la nostra capacità di analisi, di potenziare i nostri canali di comunicazione e informazione.

Inoltre, tutti abbiamo sentito la necessità e l’importanza di essere vicini, di stare dentro, di accompagnare senza invasività, quelle “comunità in lotta” che in questi giorni difendono il loro territorio e la loro salute, in primo luogo rivendicando il loro ruolo, partecipato e attivo, di cittadini e cittadine

Certo, come ci siamo detti, e come ci hanno raccontato, lo fanno a volte tra contraddizioni ed elementi di ambiguità ma che in ogni caso non possono giustificare quello che fino ad ora mi è sembrato essere da parte nostra una sorta di eccessivo disinteresse.

A partire da queste considerazioni, le proposta che mi sembra emergere da questi due giorni di confronto è che il cantiere sociale diventi uno spazio permanente partecipato e libero.

Un cantiere che sappia utilizzare, per facilitare il nostro incontro e il nostro “fare insieme” tutti i possibili strumenti di relazione, da quelli in rete (veloci e pratici, ma forse un po’ freddi), a quelli “di persona” (certo faticosi, a volte un po’ troppo “umidi”, ma sicuramente più veri)

Uno spazio capace di essere e di connotarsi come “spazio di servizio per tutte e tutti”, per far conoscere le nostre buone pratiche, per fare circolare le informazioni, per promuovere incontri tematici di approfondimento, per individuare terreni di iniziativa comune e condivisa. Insomma per costruire “alleanze” vere tra di noi, capaci di essere reti di senso centrate sul cambiamento, piuttosto che reti “mercenarie” e un po’ “accattone”.

Un cantiere che ci aiuti a mantenere viva e rafforzare quella che mi sembra essere, tra tante differenze che ancora ci sono tra di noi, la nostra idea di città. Una città che riconosca come centro del proprio crescere e svilupparsi le persone, con i loro diritti e la loro complessità di bisogni e sogni. Che consideri il territorio, l’acqua, l’aria, la conoscenza e i saperi come beni comuni e pubblici e non invece come terreno di rapina e abuso a disposizione del profitto e del mercato selvaggio. Una città dove il superamento della precarietà, a partire da quella abitativa e del lavoro, diventi priorità dell’agire di chiunque si trovi ad occupare un ruolo pubblico, amministrativo o istituzionale. Dove l’etica e la nonviolenza tornino ad essere la bussola su cui orientare i comportamenti e le relazioni. Dove alle comunità e ai cittadini venga riconosciuto il diritto alla disobbedienza civile quando i loro diritti e la loro identità vengono negati.

Per capire insieme come e con quali strumenti mantenere vivo tutto questo dobbiamo a breve rincontrarci, ad iniziare dall’idea di provare a scrivere una “lettera aperta alla città”, per raccontare e invitare altri a questo nostro percorso.

Grazie a Carta e ai Cantieri Sociali per il contributo e per il supporto che ci hanno garantito.

Ma soprattutto grazie a tutte le donne, uomini e persone transessuali che hanno animato il cantiere, che con le loro idee e contributi hanno reso interessanti e utili queste due giornate e che, soprattutto, si sono dichiarate disponibili a considerare il cantiere non come il “punto di arrivo” ma come “l’avvio” di un nostro nuovo e condiviso percorso.

Grazie veramente, anche perché, credo, da oggi siamo un po’ tutti meno soli e sole.



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