Traduzioni

2 giugno 2008

Napoli, l’abulia della borghesia

Corriere della Sera 2 giugno 2008
Risposta a Panebianco
Napoli, l’abulia della borghesia
di Raffaele La Capria

A un attento onesto e sottile politologo come Angelo Panebianco l’ambiguità non conviene, non può permettersela. Ma uno scrittore, certo meno esperto di politica e spesso costretto ad occuparsene per forza maggiore, l’ambiguità — specie in un caso in cui entrano in ballo anche i sentimenti — a uno scrittore l’ambiguità a volte può essere consentita. E non tanto perché lui stesso è ambiguo ma perché è la realtà a essere ambigua. A proposito della mia risposta all’articolo di Galli della Loggia «Perché il Sud è senza voce» io ho voluto contestare il fatto che fosse senza voce perché quella voce ce l’ha ed è disperata e ha attraversato tutta la storia del Mezzogiorno. La voce dunque c’è, non c’è la società. Questo anch’io lo so e lo deploro, l’ho deplorato ogni volta che ho preso la penna. Io so che la società della «napoletanità», che ha retto fino alla fine della prima guerra mondiale, era una società fondata su un mito, ma bene o male esisteva. Si è man mano sfaldata nel secondo dopoguerra. E quando tra società civile e società illegale il confine è diventato labile, ed è arrivato il sindaco Lauro, la speculazione edilizia e il terremoto, lo sfacelo è stato generale.
Ora certo anch’io desidero che l’ultimo flagello, quello dei rifiuti, agisse come un colpo di frusta. Ma detto questo non credo che se la borghesia napoletana scendesse in piazza contribuirebbe a far nascere quella società civile che non c’è, e a risolvere il problema della monnezza che in quattordici anni i pubblici amministratori non sono riusciti a gestire. È vero ci sono problemi terribili nel mondo, come fame e sovrappopolazione, che sembrano insolvibili. A volte mi pare che il problema di Napoli appartenga a questa categoria, solo che è più piccolo e dunque forse risolvibile nel tempo. Non in breve. E non con una manifestazione in piazza.
La «storia lenta» che ha determinato la scarsa presenza della borghesia nelle regioni meridionali non può diventare all’improvviso «storia rapida» con una pur auspicabile mobilitazione della classe borghese della città. La «storia lenta» ha a che fare con i miti, gli archetipi, le sopravvivenze, il linguaggio, le superstizioni, le tradizioni, con tutto ciò che concorre a formare la mentalità. La mentalità è più forte della cultura ed è più forte della ragione, fa parte di quel mistero nascosto di cui parla la Ortese ne «Il mare non bagna Napoli». Il mare, cioè la felicità, non tocca Napoli a causa della mentalità.
Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità separate, nasce l’incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune superiore all’interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono. È questa della mentalità la vera arretratezza di un paese malato di populismo, che ha confuso la democrazia con un pluralismo inconcludente gridato nelle piazze e ampliato dalla televisione.
Solo dove non c’è libertà si ha un destino, solo chi se lo è voluto ha un destino. Il destino è una delle tante forme dell’immobilità, ed è nella natura del destino di non poter trovare in sé il proprio correttivo. Un destino è immutabile perché la natura (arcaica) che lo ha determinato non sa produrre al proprio interno gli anticorpi del cambiamento, e cioè «non sa criticarsi». La corruzione delle mentalità venute di colpo in contatto con la modernità ha rafforzato nel Sud mafie e camorre di vario genere e nel Nord la degenerazione della logica del profitto (tangenti). È sul terreno delle mentalità che la cultura deve affrontare il Nemico. Ma per farlo la cultura dell’intero Paese anziché idealistica (e ideologica) avrebbe dovuto essere pragmatica.
È perché ho questo paesaggio davanti a me, che agli occhi di Panebianco posso apparire ambiguo. Se un politologo vede le cose dal punto di vista politico, uno scrittore le vede dal punto di vista dell’esistenza. L’esistenza è «tutto quello che accade». Ma non c’è dubbio che dal punto di vista morale sono anch’io colpito dall’abulia della classe borghese della mia città, la condanno e la giudico negativamente, e soprattutto non voglio scaricare su altri responsabilità che sono nostre. Ma non posso nemmeno impedirmi di vedere le cose come stanno, e dire che se ora si riconosce che la storia dei rifiuti fa fare una brutta figura a tutto il Paese, il Paese questa brutta figura l’ha già fatta da più di cent’anni a questa parte, da quando nacque la Questione Meridionale.