Traduzioni

21 gennaio 2009

Dell’equidistanza e dell’equanimità

di Nino Lisi

Sono molti giorni che sento l’urgenza di dire anch’io la mia (si licet parva componere magnis) sul tema dell’equidistanza. Riesco a farlo solo ora, a presidio di Largo Goldoni concluso.
Peccherei di mancanza di franchezza se non dicessi chiaro e tondo d’essere convinto che nel caso di Israele e della Palestina essere equidistanti sia sbagliato e addirittura ingiusto. Per diversi motivi di cui elenco solo quelli che mi sembrano di maggior rilievo.

1. Innanzitutto per lo squilibrio delle forze in campo. Per poter essere equidistanti tra due parti in guerra occorrerebbe che tra esse vi fosse un rapporto di forza sia nel difendersi che nell’attaccare non eccessivamente squilibrato. Mi spiego con un esempio. Si potrebbe mai essere equidistanti da un energumeno e da un bambino se il primo infierisse sul secondo quand’anche questi l’avesse fatta grossa, tale da meritare un castigo e ce l’avesse messa tutta per portare l’energumeno alla esasperazione? Sarebbe lecito non schierarsi a difesa del bambino? Per quel che riguarda i rapporti di forza, è proprio questo il caso di Israele e dei palestinesi: lo squilibrio di forze tra i due viene comunemente dato di 40 ad 1! Gli uni, i palestinesi, sono nella assoluta disponibilità dell’esercito israeliano. Il “si, però” dell’equidistanza fornisce una qualche giustificazione all’uso smisurato della forza da parte di chi è enormemente più forte, come se le ragioni che può addurre valessero in qualche modo a giustificare e legittimare il massacro. E’ su questo che punta il governo israeliano dicendo a papa, cardinali ed ONU di parlare come Hamas. Lo scopo del governo israeliano è di evitare una condanna chiara, esplicita ed universale da parte dell’opinione pubblica, giocando sulla reticenza e l’incertezza di chi ha timore di confondersi con Hamas. L’equidistanza (o equivicinanza che dir si voglia) non è neutrale: gioca a favore del governo israeliano.
2. Manca anche una seconda condizione, a mio avviso necessaria, per motivare l’equidistanza. Che vi sia tra le due parti un sostanziale equilibrio tra torti e ragioni, che come è ben noto non possono dividersi con il taglio netto di un coltello, ma che non per questo è detto che si spartiscano più o meno con egual peso tra i due fronti Nel caso che ci angustia in questi giorni non c’è il benché minimo equilibrio neppure nella spartizione dei torti e delle ragioni. Lo Stato israeliano non ottempera da decenni alle risoluzioni dell’Onu; occupa illegittimamente territori non suoi e di fatto li ha come annessi esercitando un ferreo, opprimente ed illecito controllo sulla popolazione palestinese dei “territori occupati”. (L’insospettabile Sergio Romano ne ha fatto una descrizione puntuale sul Corriere della Sera). E’ vero che Hamas enuncia nel suo statuto il principio della distruzione dello Stato di Israele; ma è egualmente vero che il governo israeliano ha impedito nei fatti ed impedisce ancora che uno stato palestinese possa costituirsi. Il tacito ma palese obiettivo della politica israeliana è che non vi sia mai uno stato palestinese. Un conto dunque sono le affermazioni di principio; un altro i fatti concreti. Non è giusto dare lo stesso peso alle prime ed ai secondi.
3. Non sottovaluto la pesantezza delle condizioni di vita degli israeliani. Sono abbastanza vecchio da aver vissuto alcuni anni sotto la continua minaccia dei bombardamenti aerei e aver trascorso qualche settimana – di giorno e di notte - in un ricovero che avevo contribuito con mio fratello ed i “figli dei carcerati” di un istituto di Pompei a scavare in un costone di tufo. Sono esperienze che non ho dimenticato. So che non si può vivere così. Quando sono stato in Israele ho visto cosa significhi star seduti in un caffè guardandosi continuamente intorno e squagliarsela all’istante per una borsa apparentemente abbandonata su di una sedia. Le mie giovani amiche israeliane, cui sono profondamente legato, non prendono i mezzi pubblici nemmeno a Roma, “perché gli autobus esplodono”. Capisco che è impossibile vivere così. Riconosco che gli israeliani hanno diritto a vivere in sicurezza. Quello che non capisco è come possa pretenderlo per i suoi cittadini lo Stato Israeliano essendo una potenza occupante. Se lo capissi, dovrei disconoscere il diritto di un popolo occupato a ribellarsi all’occupazione ed agire contro l’occupante. Dovrei riconoscere che i nostri partigiani – che qualche nefandezza probabilmente pure la commisero – fossero dei banditi. Dovrei mettere sullo stesso piano occupante ed occupato, oppresso ed oppressore. Come fa l’equidistanza. Mi sembrerebbe profondamente ingiusto.
4. Che la strategia di Hamas possa essere considerata avventurista, cinica, perdente, controproducente può darsi. Ma qualcuno riesce a suggerirne un’altra? La lotta non violenta? Chiedetelo agli amici ed alle amiche di Rachel Corrie, la pacifista statunitense che con il suo corpo faceva da schermo ad un bulldozer israeliano per impedirgli di abbattere una casa palestinese. Chiedetelo alle sue amiche ed amici, perché a lei non potete più farlo: fu schiacciata dal bulldozer.
5. E, visto che mi trovo a parlare di non violenza, aggiungo che credo che essa non abbia a che vedere con l’equidistanza. E’ una forma di lotta che per quel che mi riguarda preferisco, sempre che sia possibile, alla violenza che aborro per natura. Come tutte le lotte è però a favore di qualcosa e qualcuno, contro qualcun altro e qualcosa d’altro. E’ schierata. Non è equidistante. Non mi risulta per altro che Gandi fosse equidistante tra imperialismo inglese e popolo indiano..

Per queste ragioni sono convinto che non si possa e non si debba essere equidistanti. Ma equanimi. Questo si. Cioè non avere pregiudizi, analizzare i fatti con la maggiore imparzialità possibile senza avere il risultato già in tasca. E poi decidere da che parte porsi. Per questo, per equanimità. io oggi sono schieratissimo con i palestinesi, come nel 1967, con eguali passione, convincimento e tormento lo fui con gli israeliani.

Nino

Roma 19 gennaio 2009