Traduzioni

9 dicembre 2009

La matrice del futuro

DA IL Manifesto

Laura Pennacchi
La matrice del futuro


«Immagina che il lavoro», un manifesto scritto da donne e rivolto a tutti per
cambiare tempi, criteri, misure
Se la crisi economico-finanziaria globale non è un incidente di percorso ma la
deflagrazione strutturale di un modello di sviluppo giunto al capolinea della
propria fragilità e patologicità, diventa un imperativo rimettere in discussione
il paradigma economico dominante - di matrice neoclassica e di stampo
neoliberista - le cui ricette ne sono alla base. Una siffatta ampiezza di
afflato critico è uno dei meriti maggiori del manifesto Immagina che il lavoro
promosso dal Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano. Infatti,
partire dalla duplice consapevolezza che «il discorso della parità fa acqua da
tutte le parti e il femminismo non ci basta più», consente alle autrici del
manifesto un'altrettanto duplice acquisizione.
La prima acquisizione concerne la volontà di non limitarsi a richiedere un
accesso e un rapporto con il lavoro «pari» rispetto a quello già detenuto dagli
uomini mantenendo inalterato il modello economico e lavorativo imperante, ma di
rivendicare per tutti, donne e uomini, un rovesciamento radicale del modello
stesso. Un rovesciamento tale da superare la semplice conciliazione tra «lavoro
di cura» e «lavoro retribuito per il mercato» e da riconoscere la profonda
autenticità del «doppio sì» - «sì alla maternità e alla paternità, sì al lavoro»
- di tutte tutti, come valore sociale universale «con l'ambizione di
ricongiungere produzione e riproduzione».
Portano a tale acquisizione alcune premesse sostanziali tra cui,
importantissima, l'idea che il lavoro sia «molto di più» di ciò che si finisce
con l'accettare troppo comunemente: che sia, cioè, non solo attività materiale e
immateriale, ma anche costruzione simbolica, invaso di socialità, veicolo di
autorealizzazione, fattore di creazione di autonomia, di responsabilità, di
relazionarietà. A sua volta questa premessa si sostanzia nella scelta di non
considerare le donne «categoria debole», perché - senza dimenticare che, per
esempio, i tassi di occupazione femminile sono in Italia di dieci punti
inferiori a quelli medi europei (di 20 punti al Sud) - c'è ancora da
interiorizzare il significato («quali le conseguenze di questa rivoluzione,
quali i problemi nuovi da affrontare») dell'entrata in massa, avvenuta negli
ultimi anni, delle donne italiane nel lavoro pagato, per quanto spesso
precarizzato (la femminilizzazione è un tratto della precarietà, sia a bassa che
ad alta scolarità). Da una simile concezione del lavoro discende anche, a mio
parere, una diffidenza verso tutte le forme di monetizzazione compensative della
sua mancanza, e dunque la preferenza per una prospettiva di «lavoro di
cittadinanza» piuttosto che di «reddito di cittadinanza», ma su questo sarà bene
ritornare.
La seconda acquisizione rilevante del manifesto riguarda il fatto che intendere
il lavoro «come unità di lavoro retribuito e di relazioni» porta inevitabilmente
ad avanzare la pretesa «di ridefinire l'economia, la teoria sociale e politica».
Pretesa troppo audace? Niente affatto, perché bisogna contrastare una economia
che «analizza e ragiona con le categorie di sempre», annullando la soggettività
«di chi vuole lavorare e passare molte ore con i figli o di chi sa che, se
riparte la corsa indiscriminata ai consumi, l'economia gira ma il mondo
esplode». E del resto, è interessante notare che a discutere le classiche
categorie economiche - «bilanci, Pil, parametri europei, sviluppo/consumo» -
sono anche autori eterodossi ma autorevolissimi, come Stiglitz, Sen e Fitoussi,
i quali hanno coordinato i lavori della Commissione appositamente costituita da
Sarkozy. Semmai si vorrebbe che la sinistra fosse meno timida, esitante,
conformista.
La ridefinizione della teoria sociale e politica reca con sé anche l'esigenza di
ridefinire l'egemone paradigma della razionalità strumentale - quello dell'homo
oeconomicus per l'appunto, agente egoista, acquisitivo, autointeressato - e di
fare spazio a una «razionalità in base al valore e ai sentimenti», fin qui
weberianamente assai negletta. Dare valore a un senso molto ampio di «cura» (in
senso aristotelico, à la Honneth) significa riconoscere che gli individui/e sono
a) irrimediabilmente dipendenti e bisognosi/e degli altri, b) costitutivamente
costruiti/e nell'intersoggettività e operanti razionalmente sulla base di
motivazioni molto più complesse che non l'autointeresse. La prima volta del
Nobel per l'economia a una donna, Elinor Ostrom, è anche la prima volta del
Nobel ai temi di cui quella donna è portatrice: i «beni comuni», l'azione
cooperativa, il disegno delle regole e delle istituzioni, il metodo
interdisciplinare, il dialogo tra scienze sociali e non la matematizzazione
isolante tipica della mainstream economics.
Sembrano ragionamenti astratti, ma sono i ragionamenti alla base del dilagare
delle parole chiave riportate in auge da Obama: «strade», «ponti», «reti»,
«scuole», «ospedali», «innovazione sociale», «tecnologie verdi». Ciò vuol dire
che le sinergie tra sfera economica e sfera sociale possono oggi manifestare
tutte le loro potenzialità in direzione di un umanesimo radicale. La fase che
stiamo vivendo è una seconda Great Transformation analoga a quella che studiò
Karl Polanyi negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali, tale da
richiedere, quindi, un analogo sforzo di produzione di pensiero, di categorie,
di idee, di modelli alternativi.