Giovedì 28 febbraio, ore 17.00Sala del Consiglio dell’Ordine dei CommercialistiNapoli, piazza dei Martiri 30Raccolta differenziata: Una via di uscita? Quali strumenti, quali destinazioni
a cura dell’associazione Etica Pubblica, in collaborazione con il Comitato Civico della Prima Municipalità
saluti:
Achille Coppola — Presidente dell’ordine dei Dottori Commercialisti di Napoli, Clelia Modesti — Presidente Comitato Civico Prima Municipalità di Napoli, Lorenzo Zoppoli — Presidente dell’Associazione Etica Pubblica
interventi:
Mirella Barracco — Presidente della Fondazione Napoli99,
Giuliana Di Fiore — Assessore all’Ambiente della Provincia di Napoli
P. Calogero Favata — Parroco della Chiesa di Santa Caterina a Chiaia
Raffaele Fiume — Docente di Economia aziendale Università di Napoli “Parthenope”,
Walter Ganapini, — Assessore all’Ambiente della Regione Campania
Ugo Leone — Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio
Pasquale Losa — Presidente Asia
Fabio Matteo — Consigliere di Amministrazione Asia
Gennaro Mola — Assessore alla Mobilità, Nettezza Urbana e rapporti con l’Asia
ore 19 — Dibattito modera:
Chiara Marasca (Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità del Corriere del Mezzogiorno)
Traduzioni
26 febbraio 2008
importante convegno a Salerno sulla costruzione dell' inceneritore
Enzo Venditto, nostro cantierista chimico e prezioso portatore di notizie salernitane al Cantiere, segnala un importante convegno a Salerno che avrà come fulcro la questione della costruzione dell'inceneritore.
Il convegno è organizzato dal PD e prevede contributi, tra gli altri, di tecnici come l'oncologa Patrizia Gentilini e il consulente ambientale Vincenza Chiera, che assicurano la presenza, seppur minoritaria, di voci "dialettiche" sulla scelta dell'iceeritore. Patrizia Gentilini potrà portare dati più che validi e convincenti sulla pericolosità di un impianto di incenerimento, e Vincenzo Chiera presenterà il ciclo dei rifiuti e l'importanza delle pratiche di riduzione della produzione e del riciclo, così come sono indicate nella normativa europea ed italiana.
Gli altri relatori "tecnici", saranno Ada De Cesaris giurista ambientale, Vincenzo Belgiorno dell'Università di Salerno, Renzo Capra Presidente dell'ASM di Brescia. Ci saranno anche il Sindaco di Salerno e il Presidente della Provincia, promotori del piano di costruzione dell'impianto salernitano. La locandina
Inoltre, su invito dell'Università di Salerno, Patrizia Gentilini, in mattinata di venerdì, terrà un seminario, alle ore 11, nell'aula P1 vicino alla presidenza di Scienze.
Convegno Nazionale "Ambiente e Territorio".
Sabato 23 e domenica 24 febbraio 2008, presso Sala delle Conferenze del Comune di Campagna (Sa), L'Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, l'Associazione ONLUS "pro.g.re.di.re. di territorio Carmine Iuorio", la Rete Nazionale Rifiuti Zero e il Forum Ambientalista si riuniranno per il secondo Convegno Nazionale "Ambiente e Territorio".continua...
Censura legale
NADiRinforma incontra Paolo Barnard, giornalista free lance da sempre impegnato nella produzione di servizi d’inchiesta di elevata valenza sociale, oggi inquisito a seguito di un contenzioso legale facente seguito al reportage trasmesso da Report (RAI 3) nell’ottobre 2001 e in replica, visto l’elevato interesse suscitato, nel febbraio 2003. Barnard, inondato dagli avvenimenti in corso, ha divulgato una lettera via internet che ha suscitato parecchio interesse e che punta l’indice nei confronti della cosiddetta "clausola di Manleva" che gli editori impongono in sede contrattuale declinando così ogni responsabilità dinanzi a qualsivoglia questione giuridica sollevata dai servizi giornalistici. continua...
anche Giorgio Bocca tra noi ?
da Giorgio Bocca (no quite! in realtà da L'Espresso) Si cammina nel vuoto!
"Comunicazione e movimenti sociali in Argentina:l'esperienza del Collettivo Lavaca"
Napoli Monitor propone un incontro con SergioCiancaglini, giornalista e sociologo argentino, fondatore di una cooperativa di lavoro che ha creato uno spazio di difesa dei diritti umani e della libertà di espressione. Costituito come sito internet nel 2002 -http://www.lavaca.org/ - il collettivo ha affiancato con il proprio contributo professionale e militante lo sviluppo dei nuovi movimenti sociali in Argentina, a partire da quello delle imprese autogestite; oggi si articola in un'agenzia di notizie di libera riproduzione, nell'edizione di libri d'inchiesta(Lavaca Editora), nella rivista "Mu" e nell'Istituto di studi di comunicazione sociale, che offre a esperienze sociali di comunicazione strumenti di autogestione dei propri progetti.
25 febbraio 2008
Da Ugo Angelillo
-manifestazione a Locri il 1 Marzo 2008, promossa da un consorzio di cooperative che si oppongono alla 'Ndrangheta e che cercano di ritrovare un senso della legalità in una terra afflitta da gravi corruzioni e malavita organizzata. Qualche informazione in più sul loro sito:
http://www.consorziosociale.coop/alleanza_per_la_locride
http://www.consorziosociale.coop/
24 febbraio 2008
Cara
Cara, son le otto del mattino, e tu ancora stai dormendo, ho gia' fatto le valigie, e adesso sto scrivendo questa lettera per te, ma non so che cosa dire, e' difficile spiegare quel che anch'io non so capire, ma fra poco me ne andro'e mai piu' ritornero', io ti lascio sola. Ah quando s'alza il vento! ah quando s'alza il vento! No, piu' fermare non si puo', dove vado non lo so, quanto male ti faro'. No non ti svegliare mai, no non ti svegliare mai.
di mogol and battisti
Cara Sinistra Arcobaleno
Cara Sinistra Arcobaleno*
di Pierluigi Sullo
Da cittadino ed elettore sempre più svogliato, vorrei porti alcune domande, all’inizio di una campagna elettorale che si preannuncia più vacua del solito. In particolare, mi chiedo quale sia il tuo atteggiamento su una questione che in moltissimi, ormai, riteniamo fondamentale. Mi spiego.
Se non fossi un pacifista nonviolento ecc., direi che Walter Veltroni ha pronunciato una dichiarazione di guerra. Parlo dei dodici punti del programma del Partito democratico, che hanno per ispirazione fondamentale la “crescita” e in cui al primo posto sono le “infrastrutture”. E’ un film che abbiamo già visto, la volta famosa in cui Berlusconi, armato di bacchetta, indicava in tv, qui e là per la penisola, dove si sarebbero realizzati mega-ponti, treni ad alta velocità, autostrade, ecc. Ne seguì, dopo la vittoria del centrodestra, la Legge Obiettivo, che “semplificava” le procedure di valutazione d’impatto ambientale ed escludeva il parere delle comunità locali su un lungo elenco di “grandi opere”. Cinque anni dopo, cambiato il governo, il successore di Lunardi, Di Pietro–oggi il solo a correre in compagnia del Pd–decretò che la Legge Obiettivo era “efficiente”, e dunque andava mantenuta in vigore. Cade il governo, si va a votare, e il nuovo leader del Pd ricomincia da capo: procedure ambientali semplificate, sostegno ai “grandi investimenti” come la Tav, polemica contro i “nimby” localisti nemici del progresso e gli “ambientalisti del no”.
Il messaggio è che non c’è altra via, per la “redistribuzione della ricchezza”, che la “crescita”, che si ottiene con le “grandi opere”. Nella cui scia naviga poi una miriade di altre “opere”: centrali a combustibili fossili, inceneritori o termovalorizzatori, trivellazioni petrolifere, rigassificatori e in generale l’occupazione del territorio da parte di uno “sviluppo” edilizio e commerciale senza altro criterio che non sia approfittare della “valorizzazione” finanziaria del cemento (e Veltroni, da ex sindaco di Roma, se ne intende).
Scusate l’eccesso di virgolette, servono a suggerire che ciascuna di quelle parole, un tempo positive, sono oggi tasselli di una ideologia brutale che in verità significa: un ottimo modo per far quattrini, per i capitalisti italiani, è il sequestro di enormi flussi di denaro pubblico sotto forma di appalti per opere gigantesche quanto inutili. Sulla Tav, ad esempio, ci sono studi e libri molto esaurienti: si sono saccheggiate per un quindicennio le casse dello Stato e delle ferrovie ai danni dei treni per esseri umani, specie se pendolari. Ma, più grave ancora, investire il denaro pubblico in quella direzione impedisce di agire, sull’energia e i trasporti, i rifiuti e l’uso del territorio, l’acqua e il mare, come la crisi climatica e lo stato deplorevole dell’ambiente imporrebbero urgentemente.
Questa ideologia è vecchia, ed è nociva. Ed è ciò che ha aperto una frattura non so quanto sanabile tra le sinistre e i sindacati e i movimenti comunitari e cittadini che in ogni angolo del paese si oppongono alle ondate di cemento e asfalto. Veltroni non inventa nulla, approfitta solo della legge fondamentale di ogni campagna pubblicitaria: la parola “nuovo”, se ripetuta a sufficienza, funziona sempre. In realtà la sua visione della “crescita” è paleolitica. Il guaio è che i grandi sindacati, con poche eccezioni, condividono questa ideologia: pensano cioè che dove c’è profitto per il capitale ci sono anche salari, e qui finisce il loro ruolo. E le stesse sinistre considerano prevalente la questione del lavoro, cioè vanno cercando i voti nel loro insediamento tradizionale – il lavoro dipendente classico – e sottovalutano la portata della crisi dell’idea stessa di “sviluppo”.
Almeno, così mi pare. Potrei sbagliare. Sabato sera ho sentito Bertinotti, in televisione, dire che la questione ambientale ha la stessa importanza di quella del lavoro. Ma la Sinistra Arcobaleno ha iniziato la sua campagna elettorale parlando solo di salari e di “tesoretto”. Intanto, Veltroni metteva ogni cosa al suo posto: primo, la “crescita”. Appunto: non voglio mettere in contrapposizione i due temi, perché ogni cosa si tiene. Uno “sviluppo” nocivo produce, in epoca liberista, lavoro velenoso e precario, e scarso. Un investimento sul bene comune produrrebbe invece lavoro sano e stabile. Si potrebbe far l’esempio dell’incredibile crescita in Germania, negli ultimi anni, dell’industria delle fonti energetiche rinnovabili (il solare, principalmente), che oggi conta 150 mila addetti, ma se si guarda all’agricoltura si vede bene come il mercato stia spopolando le campagne e uccidendo i piccoli agricoltori, quelli che si prendono cura del territorio, e peggiorando la qualità del cibo, che viene peraltro trasportato su lunghe distanze, affamando i lavoratori del Sud del mondo, inquinando ecc.
Ma il punto è politico: la frattura che si è aperta, tra movimenti comunitari e sinistre, è profondamente politica. Primo: perché da una parte si mette in discussione, in pratica e sempre più in modo consapevole, l’ideologia della “crescita”, mentre dall’altra si mantiene una ambiguità, in nome della nostalgia per l’epoca delle grandi fabbriche. Secondo: perché quei movimenti sono fatti di cittadini il cui legame è territoriale, comunitario, mentre dall’altra si propone una scelta ideologica, l’essere “di sinistra”, in nome di una idea della trasformazione sociale tramontata con il Novecento. Terzo: perché quei movimenti cittadini sono fondanti di un altro genere di democrazia, diversa da quella dei partiti e della delega. Sono queste le ragioni di fondo della diffidenza, non solo verso le sinistre ma nei confronti della stessa democrazia rappresentativa, che è dilagata in quei movimenti, e il cui punto di partenza è la constatazione di come le sinistre al governo abbiano troppo spesso fatto prevalere considerazioni e opportunità politiche al merito delle questioni, dalla “sicurezza” alla Tav, appunto.
La nostra proposta, per quel che conta Carta (assai poco, specie in una campagna elettorale), è che la società civile in movimento potrebbe, sul tema dello “sviluppo” come su molti altri, i diritti civili e il lavoro precario, condurre un’”altra campagna”, in modo parallelo e indipendente dai partiti politici, di modo da elaborare una sua visione del cambiamento della società e del paese. Ma questo non impedirebbe una relazione. Io credo che se la Sinistra Arcobaleno proponesse oggi ai movimenti territoriali e cittadini un dialogo onesto, uno scambio effettivo e disposto all’ascolto da ambedue le parti, non la richiesta di voti e la propaganda che butta fumo su quel che è accaduto nei due anni del governo Prodi e negli anni di partecipazione e molte amministrazioni locali (come la Campania), questo sarebbe utile. Lo sarebbe anche per mostrare che può esistere uno stile diverso dalle campagne pubblicitarie a colpi di neopartiti e parole ad effetto, sondaggi inventati e pullman variopinti, con cui si combattono Veltroni e Berlusconi, che poi probabilmente si metteranno d’accordo in qualche modo dopo il voto, visto che le differenze sono solo sfumature.
Però, siccome non capisco niente di politica e di tattiche elettorali, è possibile che mi sbagli totalmente.
*Lettera pubblicata da Liberazione il 19 febbraio 2008
Cara Sinistra
Giacomo ci segnala che ha ricevuto questa mail in risposta all'inoltro in varie mailing list della lettera alla sinistra arcobaleno pubblicata su Liberazione
Sono Raffaele Tessitore di Parete e sono uno di quei pazzi consapevoli che per più di due mesi ha lottato ai piedi dello scempio di Taverna del re. Su quel posto, oggi, penso di essere cresciuto tanto sia dal punto di vista umano che politico. Si perchè, sebbene consapevole, appunto, di non riuscire a raggiungere l'obbiettivo di fermare i tir di Pansa, quel posto per me era diventato un luogo di crescita del senso e del bene collettivo, che sebbene quasi completamente scomparso, l'emergenza rifiuti sembra riportare piano piano a galla. I pazzi oggi sembrano avere passo dopo passo sempre più ragione. Chiunque, oggi riesca a ragionare senza secondi interessi, o sia minimamente informato, ha capito che il nocciolo della questione rifiuti non è se bruciare oppure no ma è un discorso molto più ampio e complesso. Insomma, chiunque abbia un pò di sale nel cervello, ha capito insomma che è una questione che si innesta in un quadro
globale. Eppure nel mondo della globalizzazione si pensa ancora , a maggioranza che dobbiamo togliere i rifiuti dalla strada e bruciarli nell'inceneritore. Non voglio farla lunga.......penso che tutti i destinatari di questa mail la pensino come me. Volevo invece dire qualcosa a proposito della lettera pubblicata, da liberazione.......Nello stato attuale delle cose la Sinarc fa piangere, ed io sono uno di quelli che nel mio paese ha inaugurato proprio domenica scorsa la sede della Sinistra Arcobaleno sbattendomene di segretari prov. o altri grandi, si fa per dire, personaggi dello scenario politoco pseudosinistroide, perchè nonostante la sfiducia generale che nutro verso i partiti, la cultura partitica che la mia famiglia mi ha inculcato (nel senso buono del termine) non mi consente di starne fuori.... Non è la solita retorica del combattere il marcio da dentro, ma un fatto di formazione personale... Tuttavia devo ammettere che è molto più gratificante partecipare al collettivo Tana che si trova ad Aversa e che spesso e volentieri frequento. La questione della frattura che la sinistra ha consolidato con la società, intesa in tutte le sue forme di autorganizzazione, è secondo me il tema centrale che oggi la parte mancina della politica dovrebbe affrontare. Prima del lavoro, prima dell'ambiente ecc ecc ecc, la sinistra deve ritrovare se stessa. Quello che oggi esprime la Sinarc è semplicemente l'apparato di se stessa, ma la sinistra, quella vera, cammina in larga parte fuori dai partiti, fuori dai palazzi e fuori dai compromessi. Siccome anche questa è cosa nota ormai a tutti, io mi chiedo: perchè la sinistra vera, diffusa, plurale, è sempre li che aspetta che qualcuno faccia al suo posto quello che vorrebbe che fosse realizzato? Perchè, visto che non ce la danno, non ce la prendiamo una vera Sinistra? perchè non la ricostruiamo insieme la sinistra che vogliamo? Spero non sia solo per spirito di contraddizione. Io mi sento più ambientalista dei verdi, più comunista dei comunisti e più democratico di sinistra dem, e ho deciso insieme ad altri giovani di spenderci per questo..... forse ci illudiamo ma ci piace ancora sognare.
23 febbraio 2008
Report Gruppo 3
Report del lavoro svolto dal gruppo tre del Cantiere:
costruire relazioni per una città includente
9 Febbraio, Facoltà di Architettura
a cura di G. Laino
Nel terzo gruppo ci siamo ritrovati in 24 persone: operatrici sociali, ricercatori universitari, testimoni di condizioni particolarmente fragili (operai, transessuali), studenti, dirigenti pubblici.
Per riportare una sintesi (che oltre ad essere una riduzione dovrebbe cercare di essere anche una sua elaborazione), parto dalla convinzione che ogni buona traduzione è sempre anche un’interpretazione. Pertanto, assumendo qualche responsabilità, aggrego i contenuti intorno a tre parole chiave che risultano dense e problematiche per tutti i partecipanti al cantiere.
Le tre parole sono Conoscenza, Fiducia e Reti.
CONOSCENZA
In modo diverso, grazie soprattutto ad alcuni interventi e al contributo che ha dato in mattinata Franco Floris (che con Enrica Morlicchio ha partecipato ai lavori del gruppo), è emersa l’evidenza di problemi strutturali, delle specificità della situazione napoletana e della necessità di elaborare, conoscere, condividere visioni, interpretazioni delle condizioni di cui siamo parte, con rinnovate capacità di analisi. Si tratta insomma di evitare una eccessiva dispersione entro una visione molecolare che nasconda o opacizzi troppo dimensioni strutturali che plasmano la riproduzione delle condizioni di vita.
Per richiamare l’importanza dell’immaginazione, suggerisco il ricorso a due termini che, in letteratura, richiamano attività cognitive che non sono solo necessariamente dei singoli: il fare visioning e fraiming. Si propone con questi termini l’essenziale funzione di elaborare e rinnovare visioni, immaginare dei quadri interpretativi, senza in questo inibire le intelligenze delle emozioni.
Da un lato, sia dalle analisi che dalle testimonianze, emergono le condizioni che ripropongono il carattere strutturale di problemi nella conurbazione napoletana: la disoccupazione strutturale, il blocco all’accesso nel mercato del lavoro regolare soprattutto per alcune categorie sociali;
il ruolo molto rilevante del settore pubblico nel mercato del lavoro sia diretto (vedi l’ampiezza in termini di numero di persone che vi lavorano delle aziende pubbliche o miste), come pure il peso che nell’economia del mezzogiorno hanno le filiere legate agli appalti pubblici;
la relativa debolezza dell’economia, dell’imprenditoria privata e il ruolo straordinario del sommerso.
E’ essenziale acquisire una qualche competenza diffusa nell’interpretare queste dimensioni strutturali, transcalari, senza chiudersi nell’economicismo ed evitando nuove forme di millenarismo apocalittico secondo cui tutto è già segnato dal destino.
Diversi interventi hanno sollecitato una visione integrata, non economicistica, riportando le testimonianze secondo cui le persone in difficoltà non hanno bisogno solo di opportunità economiche (certamente necessarie) ma di un accurato sostegno per dare voce alla rabbia, darsi un progetto di speranza.
Più volte è tornata la necessità di non sottovalutare la dimensione culturale, lo stesso Floris in mattinata aveva esortato a riprendere contatto con la cultura già fatta, fermarsi più spesso a pensare (magari insieme), evitando l’attivismo; riflettere i modi e i contenuti del cambiamento: come persone che sono, stanno in e lavorano per il PUBBLICO, dovremo essere vettori del mutamento. Ci interroghiamo abbastanza su, se e quanto, lo siamo effettivamente ?
Quanto le agenzie sociali si stanno schiacciando sulle prestazioni senza invece ri/costruire reti e legame sociale ?
Rispetto a questa esigenza di pensare a quello che facciamo e alle condizioni in cui siamo, emerge una lacuna preoccupante del ruolo dei ricercatori e degli universitari: a parte singole testimonianze, dove sono le Università, i centri di ricerca ?
La politica certo, le politiche senz’altro ! Senza delegare tutto o troppo alla politica !
Da più interventi è emersa la necessità di abitare sempre meglio uno spazio intermedio di autonomia, magari tornando ai territori, quelli dei quartieri come quelli delle comunità di pratiche di cui siamo o possiamo essere parte.
Purtroppo NON ABBIAMO SCAMPO !
Dobbiamo fare più lavori contemporaneamente, evitando troppe approssimazioni. Anche fra noi con l’adozione di un lessico e l’uso di alcuni spezzoni di analisi, ci si illude di fare idonea analisi critica. Invece dobbiamo continuare a sforzarci per documentarci e capire, magari anche cambiando idea, cercando di andare oltre il pensiero di senso comune. Certo si ripropone come centrale la questione dei poteri, degli attori, dei reticoli e delle pratiche di potere e di possibile emancipazione.
FIDUCIA
E’ evidente la necessità di associare interventi di sostegno alle persone, ai nuclei (come sostegno ai reticoli, alle loro capacità di accesso), e attivazione delle persone, proponendo e sottoscrivendo patti, per praticare e ampliare POLITICHE DELLA FIDUCIA.
Dobbiamo ricordare che in questa città da circa dieci anni si “sperimentano” politiche di reddito di cittadinanza. Anche in questi anni, come dimostrano la vicenda dei rifiuti e alcune politiche della formazione, la questione dei disoccupati è centrale.
Dalle testimonianze intorno alle politiche sociali e del lavoro riemerge che quando le politiche vengono disegnate e implementate a partire da visioni e diagnosi parziali ed errate, che non fanno tesoro dei saperi degli esperti dei territori, quando per il disegno delle politiche vengono chiamati gli amici, i fedeli, gli affiliati, poi si scontano errori e si producono sprechi; soprattutto si brucia fiducia. Secondo il pensiero di molti testimoni, per l’efficacia nelle politiche sociali “c’è un forte nesso fra sollecitazione all’indipendenza e sollecitazione al patto”.
E’ necessario adoperarsi, incoraggiarsi, sostenersi per passare dalle sacche di resistenza alla capacità di distanziarsi, abitare nel e con il disagio ritrovandosi, riproponendosi una progettualità senza scorciatoie, per non essere tanto o solo “ruota di scorta” ma vettori, co-protagonisti del cambiamento…………..non è così facile ma forse è l’unica via…… no ?
RETI
A Napoli ci sono molteplici piani in cui sono attive reti; non vi è l’isolamento tipico di altri contesti, magari più garantiti. La questione è che queste reti, spesso familistiche, claniche, clientelaari, spesso condizionano negativamente - come ha riportato Enrica Morlicchio da ricerche fatte da Lei e da alcune Colleghe - coproducono segregazione sociale. Un adolescente o una donna di un quartiere popolare scontano il degrado e il peso dei legami forti (famiglie, gruppo di pari) e la pochezza di altri possibili legami “deboli” (opportunità di istruzione, formazione lavoro regolare, accesso all’informazione). Anche qui torna con forza la necessità di politiche che consentano pratiche virtuose, di sostegni materiali per il mutamento culturale.
Da tempo alcuni riflettono sulla necessità di offrire opportunità e sollecitazioni per favorire la mobilità dei giovani; forse è indispensabile per un reale rinnovamento delle mentalità.
Una parentesi (personale) sulle reti che alla fine non sono ne possono essere un fine in se: sono affezionato a due parole che richiamano due pratiche, solo apparentemente alterative, che invece bisogna creativamente associare: RADICAMENTO (o almeno ancoraggio) e TRESPASSING1 (inteso come attraversamento, superamento di confini, di limiti).
1 Che nei cartelli che segnalano i confini di proprietà negli Stati Uniti significano violazione di limiti di proprietà ma, riferendosi p.e. al contributo di Albert O. Hirschman (1994)Passaggi di frontiera. I luoghi e le idee di un percorso di vita. Roma, Donzelli Editore, indicano una necessaria attitudine del pensiero critico.
LAVORO, LINGUAGGIO E MERCATO.
Un pezzo tutto da leggere da "La voce di Fiore", di narrazione tra fantasia e realtà del lavoro oggi.
sv
Il manifesto pre-Cantiere Fofi lo aveva scritto già un anno fa
La rivista on line "Lavoce di Fiore" è un ricco serbatoio di idee e di pensiero critico (non me ne vogliano i filosofi critici del pensiero critico presenti nella rivista). Pescando alla ricercadi un bell'articolo sul tema lavoro (che riporto nella sezione oggi in cantiere) ho trovato questo testo di Goffredo Fofi che risale a circa un anno fa, a prima di .... tutto il dopo. Leggetelo e dite se non si sente aria di cantiere. Il fatto sembra confermare clamorosamente che siamo ormai incapaci di conoscerci e tristemente dispersi ma anche che dovremmo smetterla di aspettare e come dice Fofi "reagire alla nostra stessa tentazione di rassegnazione, facendo nascere dall’osservazione e riflessione sul negativo che ci condiziona e ci lega, lo scatto, la reazione, la proposta. È sempre più difficile ed è sempre più necessario."
Il giorno del rifiuto (dal sito amicidipeppegrillonapoli)
Una sola parola, aspra e forte, racchiude in sé l'essenza dei movimenti di opinione ed i conflitti sociali che pervadono il nostro paese, come tutto il mondo, in questi tempi moderni.
Rifiuto è ciò che non si accetta, ciò che si rinnega perché lo si ritiene inutile, o dannoso. I criteri usati per separare il rifiuto da ciò che rifiuto non è, sono quelli che fanno la differenza tra una società in cui il progresso è utile al benessere ed alla felicità, e quella in cui si baratta la felicità con l'illusione di un progresso votato a procurare un benessere temporaneo ed immediato, che però nasconde le insidie di quello che si profila, a lungo termine, come un disastro.
Un disastro ambientale od un disastro politico, o magari un disastro culturale, sociale od economico. Tutto ciò ha a che fare con il Rifiuto.
Nel marasma di fazioni che si contrappongono e vicendevolmente rifiutano l'una le opinioni dell'altra, l'una le tesi dell'altra, l'una le azioni dell'altra, ad un osservatore esterno sembra difficile capire dove stia veramente la ragione, quale sia la strada giusta da seguire, i criteri da adottare.
E' per questo che il 23 febbraio 2008 succederà qualcosa di speciale. Cittadini incontreranno scienziati, medici, scrittori e giornalisti, nonché cantanti, musicisti, comici e pensatori ma, soprattutto, cittadini incontreranno cittadini, per condividere tra loro la voglia di riscattarsi, di prendere in mano le redini del loro futuro e continuare, o ricominciare, a sperare.
A Napoli, in Piazza Dante, dalle 12 alle 24. Vieni anche tu.
Perché questo è solo l'inizio.
semaancheno
Se non ci fosse il rifiuto campano, forse in questa campagna elettorale al Grillo il vispo Veltroni avrebbe tolto tutte le parole di bocca;
Ma è anche vero che, se non ci fosse il rifiuto campano, i tenaci proprietari delle nostre istituzioni avrebbero tolto a molti la libertà di partecipare.
Se non esserci è fare un torto a tutte le solitudini-moltitudini prevaricate dal potere politico che di meglio non hanno oggi per manifestare il proprio malumore, è anche vero che in effetti stiamo vivendo questa campagna elettorale con moltissimi eventi extra espressioni della cittadinanza attiva e dunque non c'è solo il grillo. No, non sembra appartenere ad altro dalla proprietà delle nostre istituzioni l'altro evento del giorno.
Ma soprattutto, un altro sabato di passione civile? No, non ce la faccio! riposo. No, anche se aderisco, ma solo per rifiuti zero.
sv
Sinistra e associazioni, tra promesse e tabù
Carta quotidiano venerdì 22 febbraio 2008 ore 17.30 Pagina 3
Ci possono essere diversi modi con i quali osservare e valutare uno degli incontri promossi in questi giorni dalla Sinistra Arcobaleno per completare la bozza del programma elettorale. La sala Luigi Pintor della sede di Carta, a Roma, ha ospitato oggi quello organizzato con le associazioni. Si potrebbe, ad esempio, segnalare chi c'era [dall'Arci a Libera, dall'Associazione per il Rinnovamento della sinistra alla Lav, dalla Tavola della pace all'Unione degli studenti, dalla Lipu all'Associazione Scuola della Repubblica e molti altri, in tutto poco meno di cento di persone] e chi non c'era, chi è intervenuto e chi no. Si potrebbe anche analizzare cosa è stato detto [una delle proposte più belle è stata di certo quella di Andrea Satta dei Tetes de Bois e della Rete degli artisti: in tutte le scuole deve esserci una giornata a settimana dedicata esclusivamente ad arte e cultura]; altri hanno ricordato come un soggetto che si chiama Sinistra Arcobaleno non può dimenticarsi delle centocinquantamila persone con disabilità che vivono ancora segregate in istituti, dei diritti degli animali, dei rischi di guerra nucleare e delle politiche per il disarmo, e di quanto «ormai ci siamo abituati al razzismo e alle aggressioni fasciste contro i migranti», come ha detto Filippo Miraglia dell'Arci.
Ma forse potrebbe essere interessante anche osservare i linguaggi utilizzati sia dai politici [era assente Fausto Bertinotti colpito dall'influenza, mentre c'erano Patrizia Sentinelli, Titti Di Salvo e Walter de Cesaris] che dai rappresentanti delle associazioni: espressioni come «la lettura della fase», «il punto fondamentale», «gli obiettivi politici», «l'occasione storica», «l'ascolto reciproco», «facciamo rete», «politica concreta», «la crisi della politica», «le speranze nate con il 20 ottobre» ad esempio sono stati piuttosto diffuse. Invece, alcune delle parole chiavi ripetute da molti, a volte alludendo a cose diverse a volte strappando timidi applausi, sono state precari, laicità, partecipazione, ambiente e ovviamente pace [mentre parole come autogoverno, decrescita e rom sembrano ancora dei tabù così pure nomi come No Tav e No Dal Molin].
Difficile dire quali degli interventi hanno dimostrato che, per dirla con Marco Revelli, occorre in questo momento «tenere aperta la possibilità di una lotta politica di sinistra, bisogna tenere un varco». Forse Tonio Dall'Olio [Libera] quando ha parlato ad esempio di nonviolenza come modo nuovo di fare politica e di ripensare l'economia o quando ha raccontato di antimafia sociale territoriale, ma anche Patrizia Sentinelli quando ha detto che l'incontro tra politica e società civile deve essere permanente «e fondante per una nuova idea di politica» e quando ha parlato di reti, di contaminazioni, di altra economia e di «costruire una società di pace, non solo come assenza di guerra, ma come relazione tra persone, comunità e ambiente».
E Andrea Satta quando ha raccontato dei migranti brutalmente sfruttati nelle campagne della Puglia per raccogliere «i pomodori che finiscono nei supermercati delle nostre città». E ancora: si potrebbe osservare l'età media dei presenti [sotto i trenta forse un paio], chi e quanti hanno preso appunti [su cosa e soprattutto perché], chi ha apprezzato il caffè equosolidale distribuito da Carta, chi dopo il proprio intervento se ne è andato [molti], chi si è divertito [pensando di divertire gli altri], a cambiare il tono della voce durante il proprio intervento scambiandolo per un comizio, chi ha rivendicato l'autonomia della società civile dalla politica e chi invece [come Flavio Lotti] pensa che la società civile più che scrivere il programma debba costruire il nuovo soggetto politico e partitico che andrà in parlamento e nelle amministrazioni locali. Infine, si potrebbe indovinare quanti hanno annunciato che avrebbero fatto soltanto «una premessa» e «un paio di cosiderazioni», senza purtroppo riuscirci: ma la risposta sarebbe troppo facile.
21 febbraio 2008
Rifiuti a Pianura, come 35 anni fa
Dal Corriere della Sera del 21 febbraio 2008
Rifiuti a Pianura, come 35 anni fa
La Regione approvò una «dichiarazione d’urgenza» e una legge per gli impianti di smaltimento
Dalle viscere puzzolenti delle discariche campane, insieme con i rifiuti tossici, continuano a uscire sorprese. Come una lontana legge regionale che, dissepolta, fa retrodatare l'emergenza spazzatura al 1973: cioè 35 anni fa. E indovinate da cosa era stata motivata, quella legge? Dal colera e da una rivolta a Pianura. Prova provata che il nostro è un Paese più smemorato dello smemorato di Collegno. Quanto siano lunghi trentacinque anni è facile da dirsi. Ne bastarono ventuno a Gengis Khan per unificare le tribù mongole, trascinarle alla conquista dell’Asia, arrivare ai Balcani e fondare il più grande impero della storia. Ne bastarono ventisette a Wolfgang Amadeus Mozart, morto appunto trentacinquenne, per scrivere 22 opere liriche, 12 opere sacre, 17 sinfonie e un’altra infinità di concerti e sonate e duetti. Ne bastarono 32 a Pio IX per marcare il pontificato più lungo dopo San Pietro. Bene, in quel lontano 1973 in cui erano ancora vivi Julius Evola e Aldo Palazzeschi, Beppe Savoldi vinceva la classifica marcatori davanti a Paolino Pulici e a Sanremo trionfava Peppino Di Capri, Napoli venne colpita dal colera.
Era la fine di un agosto torrido. Il presidente del Consiglio Mariano Rumor declamava che i problemi del Mezzogiorno erano al primo posto nella sua agenda, le cozze morivano asfissiate negli allevamenti legali e in quelli abusivi, la città non aveva ancora smaltito la rabbia che a metà luglio, nell’incubo d’una crisi energetica, aveva scatenato addirittura una serrata dei panificatori seguita da medievali assalti ai forni. E quando furono segnalati i primi due morti dilagò il panico. Il 30 agosto i decessi erano già sette, i ricoverati negli ospedali oltre centocinquanta, gli americani cominciavano a vaccinare la gente con enormi siringoni. E mentre nel resto d’Italia gli anti-democristiani sorridevano del fatto che per l’Organizzazione mondiale della sanità l’epidemia era causata da un vibrione di tipo Ogawa (con immediato gioco di parole su quello che era allora il viceré doroteo: «’o Gava») in città e nei dintorni divampava la protesta con guerriglia nelle strade, incendi, attacchi alle farmacie.
Ed ecco infine arrivare le prime disposizioni igieniche: vietato vendere frutti di mare, vietato fare il bagno lungo tutto il litorale, vietato abbandonare l’immondizia per strada. I giornali, memori di quanto era accaduto nella storia, ripubblicavano le cronache della spaventosa epidemia di colera del 1884 (settemila morti) e di quella ancora più apocalittica del 1836/1837, quando le vittime erano state 18 mila. Il ministro della Sanità, Luigi Gui, arrivava sotto il Vesuvio dicendo di essere stato informato di quanto accadeva dalla radio e mentre il capo dello Stato Giovanni Leone faceva visita ai malati al «Cotugno», una folla di curiosi, come trent’anni dopo avrebbe ricostruito sul «Diario» Eugenio Lucrezi, assisteva dal lungomare «alla deriva di quintali di cozze senza padrone, sradicate dai tralicci da chissà chi, che fluttuavano libere su e giù per Mergellina e in balìa delle correnti» mentre i fotografi immortalavano gli allevamenti di frutti di mare dove aggallavano i topi morti.
Sul Mattino, riapparve anche un pezzo della combattiva lettera aperta che la grande Matilde Serao aveva indirizzato in quel 1884 al capo del governo Agostino Depretis: «La strada dei Mercanti, l’avete percorsa tutta? Sarà larga quattro metri, tanto che le carrozze non vi possono passare, ed è sinuosa, si torce come un budello; le case altissime la immergono durante le più belle giornate, in una luce scialba e smorta: nel mezzo della via il ruscello è nero, fetido, non si muove, impantanato, è fatto di liscivia e di saponata lurida, di acqua di maccheroni e di acqua di minestra, una miscela fetente che imputridisce. In questa strada dei Mercanti, che è una delle principali del quartiere Porto, v’è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre, a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell’olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio ».
E tutti a dire: ecco, anche oggi è come allora! Basta! Basta! Era questa l’aria che tirava, quando scoppiarono le rivolte di piazza contro le discariche, a partire da quella di Pianura dove la gente organizzò esattamente come oggi furenti blocchi stradali. E fu nella scia di questi moti che il Consiglio Regionale della Campania (nel quale sedeva sui banchi comunisti il giovane Antonio Bassolino) decise di votare una «dichiarazione di urgenza ». E di varare una legge, la numero 23 del 19 novembre 1973, che portava un titolo quasi incredibile, a rileggerlo oggi: «Finanziamenti regionali per la costruzione, ampliamento e completamento di impianti per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani». E non si trattava solo, come ricorda Mario Simeone, già capo dell’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale, di buoni propositi: per la sua attuazione venne previsto infatti uno stanziamento di 30 miliardi di lire, con i quali i comuni o loro consorzi avrebbero dovuto «costruire i necessari inceneritori nel quadro di un piano regionale di cinque anni di localizzazione razionale degli impianti». All’articolo 9, con minaccioso decisionismo, c’era scritto: «Qualora i Comuni o Consorzi non presentino i progetti esecutivi o non completino le opere nei termini stabiliti, provvede direttamente la Regione alla realizzazione degli impianti». All’opera! All’opera! Cinque anni dopo, al momento del bilancio, non era stata investita seriamente una sola lira. Da allora, mentre si accavallavano emergenze ad emergenze, si sono succeduti 5 presidenti della Repubblica, 9 legislature, 29 governi. E, come se quella legge non fosse mai stata fatta, si è sempre ricominciato da zero.
Gian Antonio Stella
21 febbraio 2008
Il Kosovo: un altro stato etnico nei Balcani
Comunicato Stampa - 21 Febbraio 2008
In questi giorni una delegazione dell'Associazione per la Pace si trova a Mitrovica in Kosovo allo scopo di monitorare gli sviluppi della crisi attuale e di condividerne gli esiti con le popolazioni civili serbe e albanesi.I dirigenti kosovari hanno dichiarato unilateralmente l'indipendenza dalla Serbia: è nato un altro staterello etnico nei Balcani. In piena Europa si fa scempio del diritto internazionale, si contraddicono le risoluzioni dell'Onu, si disegnano nuovi confini, si crea un precedente che potrebbe diventare dirompente. Partendo dal concetto di autodeterminazione, diritto per altro sacrosanto, legandolo però alla etnia si apre una questione che rischia di aprire scenari inquietanti. Perché per gli Albanesi del Kosovo sì e per quelli della Macedonia no? E i Serbi della Bosnia non avrebbero anche loro diritto all'indipendenza? E gli ungheresi della Transilvania? E i Russi della Moldavia che già hanno un loro stato autoproclamato che si chiama Transnistria? E ancora i Ceceni, i Kurdi che da anni la chiedono e qui nell'Unione Europea i Baschi in Spagna, gli Scozzesi in Gran Bretagna, gli Irlandesi dell'Ulster, i Fiamminghi e i Valloni in Belgio, e perché no i cosiddetti "padani" di Bossi qui nel nostro paese? E la lista potrebbe continuare all'infinito.Ancora una volta l'Unione Europea non ha saputo essere autonoma dalla politica estera americana che ha fortemente voluto l'indipendenza del Kosovo sapendo che questa avrebbe causato nuove divisioni in Europa ed un aumento di tensione nei confronti della Russia che questa indipendenza non voleva. Ora avremo in Europa un altro stato assolutamente non in grado di andare avanti con le sue gambe, privo dei minimi standard democratici, non ha nemmeno una costituzione, senza bandiera perché prende in prestito quella dell'Albania, con una dirigenza impresentabile, sempre sul filo dell'incriminazione presso il tribunale dell'Aja e con una economia inesistente. Sarà quindi uno stato totalmente assistito da ingenti finanziamenti internazionali che, come già abbiamo visto in questi anni, andranno ad alimentare le mafie locali che già controllano il mercato della droga, delle armi e del traffico di esseri umani.Il Governo Italiano avrebbe potuto opporsi a questa situazione solo se avesse proseguito con forza ciò che ha fatto invece molto timidamente: chiedere cioè la continuazione dei negoziati con la Serbia che già aveva offerto al Kosovo una autonomia molto superiore a quella del nostro Alto Adige. Ma come sempre, come nel 1999 quando la Nato ha fatto una guerra, si diceva allora, per impedire la pulizia etnica degli albanesi da parte dell'esercito serbo senza poi però riuscire ad impedire la contropulizia etnica dei serbi alla fine dei bombardamenti, l'Italia si è adeguata; anche nel '99 purtroppo con un governo di centro sinistra con D'Alema, ieri Presidente del Consiglio, oggi Ministro degli Esteri.Si poteva fare diversamente?Nel 1991, all'inizio delle tragedie nella ex Jugoslavia, i pacifisti chiedevano uno sforzo politico perché tutti i Balcani venissero integrati nell'Unione Europea. Solo dentro un quadro di questo tipo forse le rivalità etniche e nazionali potevano trovare soddisfazione. Non si è fatto allora e non si sta facendo nemmeno ora. Speriamo solo che le contraddizioni che si aprono con questa proclamazione unilaterale di indipendenza non facciano esplodere nuovamente la violenza i quelle terre già martoriate.
Gianni Rocco
Associazione per la Pace*
* L'Associazione per la Pace negli ultimi anni ha mantenuto una presenza di volontari e operatori in Kosovo. Attraverso il progetto "Dialoghi di Pace" ha promosso la mediazione e il dialogo tra giovani serbi e albanesi nella città divisa di Mitrovica.
Sulla Sicilia decidano i cittadini siciliani.
La scelta di Anna Finocchiaro da parte del Partito Democratico, come candidata per le elezioni alla presidenza della regione Sicilia, rischia di separare, più che di unire, le forze del centro/sinistra siciliana, mentre da più parti si chiedevano le primarie o, se non ci fosse stato il tempo, procedure basate almeno sul riconoscimento della pari dignità tra partiti e movimenti espressione della società civile. Sarebbe stato questo l’unico modo per salvaguardare i percorsi di aggregazione sociale e i processi di autoorganizzazione, come quelli maturati attorno a Rita Borsellino, sui quali si stanno faticosamente costruendo nuovi argini contro la mafia e il potere clientelare. Le prime fasi della campagna elettorale in Sicilia, come nel resto d’Italia, mettono invece in evidenza, oltre alla arrogante certezza di vittoria e di impunità del centrodestra, che si permette persino il lusso di dividersi, tanto è sicuro della vittoria finale, la volontà egemonica del Partito democratico che, se non sarà immediatamente ridimensionata, potrà solo contribuire ad intaccare la volontà di partecipare (anche al voto) e l’impegno politico dei cittadini siciliani.
Nessuno può pensare di accantonare con una scelta di vertice il movimento e le aggregazioni politiche che da anni si erano espressi unitariamente per Rita Borsellino, né si può caricare la responsabilità del fallimento di un percorso unitario, causato dalle imposizioni maturate a Roma, su chi fino all’ultimo ha lavorato come Rita e le forze che le sono state vicino, per l’unità e per la partecipazione più ampia.
I giochi però sembrano purtroppo ormai fatti, con l’annuncio della candidatura di Anna Finocchiaro, ai partiti della Sinistra arcobaleno non resta che prendere atto del fatto che - al di là della figura prescelta come candidato alla Presidenza della regione - metodo e contenuti che si annunciano da parte del Partito Democratico non potranno dare nessuna copertura a quanti sono quotidianamente impegnati in Sicilia nella lotta contro tutte quelle incrostazioni di potere che strangolano la vita dei siciliani e che costringono sempre più spesso i giovani ad emigrare.
Anche la Sinistra Arcobaleno siciliana dovrà assumersi tutte le sue responsabilità, se restare in una situazione di subordinazione nei confronti del Partito democratico, o se recuperare finalmente piena autonomia e quel rapporto con i movimenti e con i cittadini che, negli anni del governo Prodi, malgrado in Sicilia si lottasse insieme contro Cuffaro, è stato fortemente incrinato.
Non si può tornare a trattative basate sulla conta dei futuri scranni nelle istituzioni di governo. Occorre, da subito, un forte rilancio dell’impegno, della mobilitazione sociale e, se occorre, del conflitto vero e proprio, a fianco delle battaglie dei cittadini e dei residenti (senza dimenticare i migranti) più deboli, per il lavoro nella legalità, per una sanità che funzioni, per l’accesso alla casa, per la legalità della pubblica amministrazione, per una scuola che non sia appannaggio di arricchimento per i privati, per un ambiente che non venga deturpato da opere pubbliche dannose che servono solo ad arricchire la mafia ed i suoi referenti economici e politici.
Il lavoro da fare è tanto, i cittadini e i movimenti che si sono impegnati su territori sempre più difficili proseguiranno nel loro lavoro quotidiano ma, se le scelte dei vertici siciliani dei partiti del centro sinistra non cambieranno, i frutti di questo impegno non passeranno certo dalle urne elettorali.
Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo
20 febbraio 2008
Esempio di responsabilità "oggettiva"
da Repubblica di oggi 20 feb
Grazie Fiorello, ma votare si deve
di ROMANO PRODI
Caro direttore, la vicenda dei rifiuti in Campania è stato lo spunto per un ironico -ma non per questo meno graffiante - monito radiofonico di Fiorello sul diritto-dovere dei cittadini a presentarsi alle urne il 13 aprile.
Le immagini di Napoli nella morsa della spazzatura hanno moltiplicato la sensazione di impotenza davanti agli intrecci affaristici e al degrado non solo ambientale di una delle terre più belle del Paese. Sarebbe tuttavia sbagliato, a mio avviso, reagire seguendo la provocazione del bravo Fiorello, perché anche votando si possono cambiare le cose. E per votare in modo consapevole è giusto anche sapere come sono andate veramente le cose, parlando con franchezza di colpe e meriti.
I motivi che hanno determinato il precipitare dell'emergenza rifiuti in Campania sono racchiusi in una parola sola: irresponsabilità. Il mio Governo ha invece avuto come punto di riferimento l'assunzione di responsabilità: in politica estera, in quella economica, nelle scelte infrastrutturali. Da 14 anni, ripeto 14 anni, Napoli e la Campania hanno visto sottratta alla responsabilità naturale degli enti elettivi la gestione dei rifiuti con l'alternarsi di Commissari straordinari e un fiorire di ipotesi di soluzione spesso più propagandistiche che operative tanto che non è neppure decollata nei comportamenti e nella coscienza collettiva l'importanza della raccolta differenziata. Dall'11 febbraio del '94 Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino e Corrado Catenacci sono stati chiamati dai vari governi di centrodestra e centrosinistra a gestire la situazione. Hanno fallito.
Che il problema dei rifiuti in Campania fosse drammatico ce ne siamo resi conto da subito e per questo il Governo ha affidato al Capo della Protezione Civile Guido Bertolaso e poi al prefetto Alessandro Pansa il compito di affrontare l'emergenza. Le difficoltà incontrate dai due commissari ci hanno fatto capire che bisognava avere il coraggio di andare oltre, di superare per sempre l'emergenza. Abbiamo dunque deciso di affidare poteri speciali al prefetto Gianni De Gennaro, scelto con plauso unanime. Parallelamente si è deciso che fosse arrivato il momento di chiudere definitivamente l'era geologica dei commissari straordinari, affidando al prefetto Goffredo Sottile il compito di liquidare amministrativamente le gestioni precedenti. E' chiaro che questo ha alzato il livello di conflittualità con tutti coloro che in questi 14 anni hanno succhiato miliardi dal disastro lasciando debiti per oltre 650 milioni di euro, una posizione debitoria dei Comuni campani di 250 milioni e un contenzioso che si aggira su una cifra non inferiore a 2 miliardi di euro.
Non scrivo queste righe per rivendicare, quanto per spiegare. Spiegare che abbiamo trovato una Campania senza termovalorizzatori, che le discariche diventano "misteriosamente" utilizzabili un giorno e vietate quello successivo. Non ci siamo arresi e abbiamo imposto che si procedesse con l'individuazione di nuove aree e di strumenti più rapidi per l'apertura degli impianti. Anche qui, come in un film, in un brutto film, abbiamo assistito a un intreccio di posizioni politiche e di speculazioni territoriali - interne anche alla maggioranza - che hanno finito per diventare parte integrante del problema.
Abbiamo aperto un dialogo con le Regioni affinché questa emergenza venisse affrontata con quel senso di solidarietà necessario quando un problema diventa nazionale ed è quindi l'immagine stessa del Paese a essere compromessa. Abbiamo ricevuto aiuti concreti da pochissimi, promesse da altri e sostanziali dinieghi dalla maggior parte, anche dalle regioni che hanno capacità di smaltimento in eccesso. E questo mentre la Germania ben volentieri mette a disposizione, naturalmente a pagamento, i suoi impianti. Ma nonostante tutto questo, anche grazie alla mobilitazione dell'esercito, la spazzatura quotidiana oggi non è più un problema. Smaltiamo quotidianamente oltre alle 7000 tonnellate giornaliere anche 3000 tonnellate di quelle che si sono accumulate nel tempo lungo le strade della Campania. E' sufficiente? No, affatto. Restano per terra ancora 200mila tonnellate di rifiuti. Tonnellate che giustamente scandalizzano tutti, ma non coloro che scendono per strada con alla testa sindaci, medici, sacerdoti, in una parola i punti di riferimento di una collettività che, certamente in buona fede, sembrano tuttavia preferire i rifiuti per strada a una discarica sia pur temporanea. Mi chiedo e vi chiedo se questo sia senso delle istituzioni e del bene comune.
La crisi ha origini lontane e plurime: il ruolo primario della camorra, la produzione di ecoballe non a norma, l'opaca gestione dei consorzi, i ritardi nella costruzione degli impianti anche a causa della mancata autorizzazione delle agevolazioni Cip6, le inchieste giudiziarie e i processi, il finto ecologismo. Potrei continuare a lungo nell'elencare tutti i protagonisti di questa vicenda. Ma non sarei onesto fino in fondo se non citassi la politica, quella nazionale e quella locale. Faccio un solo esempio: in dicembre, a fronte della prevista chiusura del sito di stoccaggio di Taverna del Re, il commissario Pansa decise, d'accordo con i Presidenti delle Province (che, lo ricordo, erano i subcommissari per l'emergenza) di costruire cinque nuove piazzole per lo stoccaggio delle ecoballe sparse nella Regione. Per l'individuazione dei siti fu espressamente richiesta la loro collaborazione. Ebbene, i presidenti delle Province a loro volta hanno lasciato la palla ai sindaci. E questi si sono rifiutati di affrontare in modo collaborativo il problema.
La relazione commissariale di fine anno evidenziava con chiarezza che man mano che si maturava la sensazione di andare verso l'uscita dalla precarietà, si diffondeva una serie di comportamenti tesi a mantenere, invece, lo stato d'emergenza e commissariale, con gli interessi convergenti anche di amministrazioni locali che percepiscono la tassa sui rifiuti solidi urbani e non li smaltiscono, nonché una serie di interessi assai poco nobili da parte di strutture collegate al ciclo di smaltimento e gestione.
E' questa la politica che i cittadini vogliono? E' questa l'amministrazione del bene comune? Sono domande retoriche, è ovvio. Ma la risposta non deve essere solo l'indignazione. Per questo abbiamo preparato un piano operativo che entro il 7 maggio porti alla pulizia delle strade, all'apertura di discariche temporanee e definitive (quelle indicate dalla legge n. 87 del 2007), al ripristino della responsabilità del ciclo di smaltimento dei rifiuti in capo agli enti locali e infine alla creazione di almeno tre termovalorizzatori (Acerra, Santa Maria La Fossa e Salerno). La situazione attuale, anche a causa degli ostacoli quotidianamente frapposti all'azione del Commissario, è però ancora gravissima. Non solo perché la raccolta differenziata è ben lontana dalla sufficienza e non solo per i blocchi stradali o la mobilitazione della malavita. Ma anche per l'ostinata e cocciuta idea che l'ambientalismo sia una cultura di proprietà di alcuni politici e che sia Roma a dover risolvere i problemi e non Napoli a rimboccarsi le maniche. In un certo senso ringrazio Fiorello. Ha riportato sulle prime pagine un tema che sembrava dimenticato e che invece continuava - non è un gioco di parole - a puzzare di marcio. Ma quello che è accaduto in questi 14 anni a Roma e a Napoli, e che continua ad accadere, non deve essere una fuga dalla politica o un inno all'antipolitica. Ci sono responsabilità precise. Spetta all'elettore valutarle e ai singoli esponenti politici farsene carico.