Riunione del 18 - sintesi e proposte per continuare
Come da tradizione, la riunione di ieri è stato un piccolo cantiere di riflessione e approfondimento. C’erano facce e pensieri a cui ormai siamo abituati per l’impegno messo fino ad oggi, ma anche facce e pensieri nuovi, avvicinati e incuriositi dall’incontro della scorsa settimana. Ulteriore segno, insieme alle mail e ai commenti che stanno circolando in questi giorni di un interesse che cresce e che va preso in carico.
Su tale punto, cioè sulla necessità di mantenere, curare, un po’ “coccolare”, il patrimonio di idee, interessi e linguaggi che si sono espressi il 9 e 10 febbraio, tutti e tutte si sono detti d’accordo. La discussione è stata sul come, con quali strumenti e con quali priorità
Alla fine sono emerse le seguenti ipotesi:
a)il cantiere deve continuare ad essere uno spazio pubblico e permanente, facilmente accessibile, capace di utilizzare tutti gli strumenti di relazione. Che si configuri come “spazio di servizio”, dove ognuno di noi possa:
- far conoscere le “pratiche” e le iniziative a cui partecipa;
- far circolare informazioni (qualcuno diceva a volte “svelando” quelle informazioni che a volte qualcuno ha interesse a nascondere)
- porre domande e richieste di conoscenza, documentazione, strumenti, competenze;
- proporre tesi e argomenti di approfondimento e di dibattito;
- lanciare campagne e iniziative.
Insomma uno spazio di servizio teso a, come proponeva Nino Lisi, “dare voce e rilevanza a tutte le forme di società civile” che si organizzano, propongono e provano a praticare altri modi di vivere e pensare alla città.
In questo senso abbiamo condiviso le proposte che ci sollecitano ad attrezzarci per conoscere più attentamente quello che abbiamo definito come arcipelago, l’universo di socialità presente nel, e prossima al, nostro cantiere aperto, le reti, le relazioni, i legami, le esperienze, le pratiche che ci attraversano e che attraversiamo, le possibilità di essere agenti di cambiamento, verso l’idea di città plurale, solidale, dinamica e... desiderabile che matura tra noi.
b)il cantiere come soggetto in grado di promuovere incontri, campagne e iniziative e allo stesso tempo il cantiere come strumento per evidenziare i nodi e le connessioni tra le diverse istanze, lotte, sperimentazioni, esperienze in cui, a diverso titolo, ognuno di noi è impegnato. In qualche modo, come ci ricordava Salvatore, “maestro di strada”, il cantiere come spazio capace “di collegare le riflessioni di chi pensa attraverso il fare”.
Su questo sono emerse due prime proposte, e specificatamente:
1)lanciare un incontro di approfondimento su come intrecciare, nella definizione degli assetti urbani, sensibilità e attenzioni diverse (la cultura, i servizi, gli spazi di aggregazione, l’uso pubblico, il rispetto dell’ambiente, ecc), magari partendo da quando proposto al Cantiere dal Prof. Dalisi sull’Albergo dei Poveri. A tale incontro potrebbero essere invitati anche il gruppo della rete del nuovo municipio che in Toscana ha promosso e seguito l’iter della legge regionale sulla partecipazione, per provare a capire se ci sono le condizioni per lanciare un analogo percorso anche nella nostra regione
2)proporre un incontro seminario su “etica, politica e fare pubblico”
Si è fatto anche cenno, non senza qualche preoccupazione editoriale e organizzativa, alla pubblicazione degli atti di Arcipelago su cui rinviamo a un supplemento di discussione.
In ultimo, qualcuno ha proposto di aprire uno spazio sul blog da chiamare “crimini e misfatti” dove ognuno possa segnalare episodi, scelte, comportamenti pubblici e privati che ledono l’ambiente, il territorio, le persone, i servizi, ecc.
Evidentemente queste proposte sono del tutto emendabili e modificabili, così come possono essere proposti altri temi, altri possibili percorsi.
E chiaramente chiediamo ad ognuno di dire la sua, di proporre modifiche, di fare proposte in modo che tra un paio di settimane ci si possa incontrare nuovamente e proseguire il cammino comune che abbiamo intrapreso
Grazie per l’attenzione
Ps. Sono stati presenti alla riunione (a memoria e sperando di ricordare tutto)Carla Majorano, Nino Lisi, Aldo Pappalepore, Erminia Romano, Salvatore Pirozzi, Ugo Angelillo, Osvaldo Cammarota, Patrizia Di Monte, Andrea Morniroli, Susi Veneziano.
Traduzioni
20 febbraio 2008
19 febbraio 2008
Cineforum al Gridas
nel segnalare che da Venerdì 29 Febbraio 2008 riprende il cineforum gratuito
promosso dal GRIDAS a Scampìa presso la nostra sede: ogni venerdì, ore 18:30
(inizio proiezione), inviamo in allegato la locandina della
proiezione-incontro del 7 marzo:
"NON TACERE - DON ROBERTO E LA SCUOLA 725"
sulla scuola fondata da Don Roberto Sardelli tra i baraccati dell'Acquedotto
Felice, a Roma, nel 1968 e sulle relazioni e vicissitudini che hanno
accompagnato quell'esperienza sino ai giorni nostri.
Alla proiezione e alla successiva riflessione, saranno presenti Don Roberto
Sardelli, il regista Fabio Grimaldi e il montatore del film Tommaso Valente
già ospite del cineforum di Scampìa in veste di regista.
Siete caldamente invitati a partecipare e a diffondere per quanto vi è
possibile questo appuntamento.
Per le motivazioni del cineforum del GRIDAS:
http://www.felicepignataro.org
Per il programma completo delle proiezioni:
http://www.felicepignataro.org
Saluti e buon lavoro.
Per il GRIDAS,
Martina Pignataro
GRIDAS (Gruppo risveglio dal sonno)
Casa delle Culture "Nuvola Rossa"
Via Monte Rosa 90/b - Ina Casa - Scampìa, Napoli
web: www.felicepignataro.org/gridas
e-mail: gridas@felicepignataro.org
APPELLO PER UNA COSTITUENTE LAICA
A tutte le Associazioni laiche. A tutti coloro che nella loro fede sono rispettosi della libertà di coscienza e della laicità delle istituzioni.
Care Amiche e cari Amici,
vi indirizziamo questo appello nella convinzione che sia urgente mobilitarsi per contrastare la deriva che sta portando la nostra Repubblica a trasformarsi in uno Stato confessionale, con le encicliche papali al posto della Costituzione. Uno Stato in cui l'invadenza del Vaticano, i suoi diktat e i suoi niet non solo condizionano sempre più gli orientamenti delle forze politiche e l'attività legislativa ma arrivano anche ad incidere sulla formazione e sopravvivenza delle compagini di governo.
L'ingerenza nella crisi
La fine anticipata della XV legislatura non è ovviamente dovuta all'ingerenza vaticana. Ma non è casuale che la spallata dell'ultrà cattolico Mastella sia arrivata dopo un crescendo di attacchi al governo Prodi ad opera delle gerarchie di oltre Tevere: a partire dall'accusa (non si sa se vera o inventata) di avere scoraggiato il Papa dal presenziare all'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza fino all'analisi distruttiva fatta dal cardinale Bagnasco nella sua prolusione alla Conferenza episcopale. Lo ha confermato il commento “a caldo” di due autorevoli cardinali di curia, Giovanni Cheli e José Saraiva Martins - “La crisi del governo Prodi è dipesa di una mancanza di dialogo che ha penalizzato in modo particolare i valori cattolici” - che tradisce, nonostante la smentita ufficiale del Vaticano, i motivi reali per cui il plurindagato ex ministro della giustizia, che non a caso il 21 gennaio aveva avuto un contatto diretto con Bagnasco durante l'Angelus trasformato in manifestazione politica, ha fatto precipitare la crisi due giorni dopo aver assicurato a Prodi l'appoggio esterno.
Un'avvertenza a futura memoria
Prodi non era stato abbastanza allineato ed è stato punito, questa la lezione che si legge neppure tanto controluce nella crisi del centrosinistra, e che deve servire da monito per qualunque futuro governo. I due alti prelati hanno criticato la mancanza di dialogo ma è evidente che non di dialogo parlavano realmente - perché di quello ce n'è stato sin troppo nel governo e in Parlamento a proposito di famiglia e degli altri valori bioetici – ma di “obbedienza”. Dovevano essere sanzionati – colpiscine uno per educarne cento - un governo e una maggioranza per molti versi ossequienti, che hanno aumentato i finanziamenti a scuole e ospedali cattolici, confermato l'esenzione dall'Ici degli immobili speculativi del Vaticano e dato numerose altre prove di fedeltà ma che avevano osato patrocinare, anche se in una versione via via più edulcorata, i progetti di legge sulle unioni civili, potevano indursi a rivedere, sotto la spinta della magistratura, le direttive oscurantiste della legge sulla fecondazione assistita, mettere in approvazione al Senato un disegno di legge sul testamento biologico. Così come l'8 dicembre erano stati fatti oggetto a sorpresa di brutali richiami all'ordine da parte del Pontefice in persona, nonostante nelle settimane precedenti avessero approvato lauti finanziamenti per gli oratori e si fossero opposti all'istituzione dei registri civili per le coppie di fatto, i dirigenti politici di Roma e del Lazio recatisi alla cerimonia dell'Immacolata per esprimere la loro devozione. Anche qui l'obiettivo dell'attacco era preciso: prevenire qualunque velleità potesse in futuro manifestarsi sulle unioni civili e respingere la minaccia di una stretta ai finanziamenti agli ospedali vaticani da parte della regione Lazio, attanagliata da gravi problemi finanziari.
Ma dopo l'ingerenza nella crisi si registra oggi un'ancora più macroscopica ingerenza nel dopo crisi, se è vero che dopo il burrascoso colloquio telefonico di Casini con Gianni Letta che gli riferisce la decisione di Berlusconi di unirsi con Fini in un nuovo partito, “la prima persona a cui il preoccupatissimo leader dell'Udc telefona per chiedere aiuto una volta giunto a Bologna” - riferiscono le cronache - “è il cardinale Ruini”. Il quale nei giorni successivi non mancherà di svolgere appropriati interventi perché “non scompaia dalla scena politica italiana il partito che si richiama ai valori cattolici”. Stiamo parlando del partito che vanta tra i propri vertici il pregiudicato Cuffaro e i deputati che organizzano festini a luci rosse negli alberghi romani.
Un'invadenza a tutto campo
Non siamo certo nuovi alle invasioni di campo della gerarchia cattolica, da sempre intenzionata a piegare le leggi dello Stato ai propri diktat: boicottando la partecipazione al referendum sulla fecondazione assistita, organizzando manifestazioni contro i patti civili di convivenza, opponendosi alla possibilità (consentita da una convenzione internazionale cui ha aderito l'Italia) di sottoscrivere il testamento biologico, demonizzando la pillola del giorno dopo, sostenendo la revisione della legge sull'aborto, avversando il “divorzio breve”, vietando l'uso dei profilattici a tutto vantaggio dell'Aids e della diffusione delle malattie sessuali ma anche pronunciandosi su questioni che nulla hanno a che fare con la bioetica come l'ammissione della Turchia nella UE (il prezzo pagato per aver consentito la visita di papa Ratzinger), i contenuti delle leggi finanziarie, le intercettazioni telefoniche. Per non parlare di azioni autenticamente eversive come invitare i farmacisti a non dispensare medicine e i magistrati a non applicare leggi ritenute contrarie alla morale cattolica.
Tutto ciò mentre la Chiesa continua ad incassare dallo Stato i congrui contributi dell'8 per mille anche da parte dei contribuenti che non hanno effettuato alcuna scelta, partecipa sostanzialmente alla ripartizione del 5 per mille, fa finanziare dalla Presidenza del consiglio i suoi giornali, riceve da Stato, regioni, province e comuni congrui contributi per ammodernare il suo vastissimo patrimonio immobiliare, pretende l'esonero dall'ICI anche per gli edifici destinati ad attività commerciali, decide l'assunzione degli insegnanti di religione e si oppone all'insegnamento dell'evoluzionismo.
Particolari significativi, spesso poco conosciuti, fanno capire che nonostante l'avvento della Costituzione repubblicana, quella cattolica è in realtà ancora la religione di Stato come ai tempi della monarchia fascista dei Savoia. Lo dimostra il fatto che non sia possibile eliminare dalle aule dei Tribunali - che dovrebbero essere ideologicamente super partes - l'emblema del crocefisso, o che l’Italia non possa modificare di sua iniziativa il sistema dell’8 per mille, contenente la nota gherminella a favore della Chiesa cattolica, perché è consacrato negli allegati ai “nuovi patti lateranensi” lasciatici in eredità da Bettino Craxi. E pochi sanno che il nostro Stato non può neanche modificare le festività civili coincidenti con quelle religiose perché anche queste sono incorporate in quel trattato. Una situazione di pressoché totale sudditanza, scalfita soltanto da coraggiose sentenze della magistratura come quelle che si sono pronunciate sul caso Welby, hanno stabilito la legalità del testamento biologico o dichiarato illegittime le direttive ministeriali sulla legge 40.
Una Presidenza che asseconda la deriva confessionale anziché contrastarla
In occasione dell'ultima crisi di governo, l'intromissione nella nostra dialettica politica ha però raggiunto limiti che mettono in discussione la stessa sovranità dello Stato. Di fronte a questa situazione è grave rilevare la mancanza di reazioni appropriate, non solo nei grandi media ma anche da parte delle nostre Autorità, a cominciare da colui che dovrebbe essere il più convinto custode della laicità dello Stato e della sua autonomia e indipendenza, e cioè il Presidente della Repubblica. Che non solo non si è mai levato a protestare contro le incredibili ingerenze del Vaticano – ad esempio quando ha dato ufficialmente delle assassine alle donne che praticavano l'aborto in applicazione di una legge dello Stato, creando una vera psicosi antiabortiva alla base di allucinanti episodi di caccia alle streghe come l'intervento di polizia all'ospedale di Napoli - ma anzi non ha perso occasione per invitare il Parlamento a legiferare, sui temi eticamente sensibili, “in accordo con la Chiesa cattolica”. Ben sapendo che poiché la Chiesa pretende di essere portatrice di valori “non negoziabili”, legiferare in accordo con essa significa o legiferare sotto sua dettatura o non legiferare affatto. Ciò che appunto è accaduto nelle ultime due legislature. E' una fortuna che i nostri Presidenti e i principali uomini di governo del tempo fossero di ben diversa tempra, altrimenti saremmo ancora al divorzio della Sacra Rota e al pronto soccorso delle mammane.
Addirittura il nostro Presidente – che all'indomani della protesta dei docenti della Sapienza si era affrettato a mandare una lettera di scuse al Santo Padre - in una intervista a Repubblica del 17 gennaio è arrivato ad affermare che l'art. 7 della Costituzione sancisce “la collaborazione” tra Stato e Chiesa, manipolandone totalmente il significato. Come se già non bastasse l'ossequio riverente dei cattofascisti, l'obbedienza prona dei nove decimi dei partiti di governo o di opposizione, l'attenzione spasmodica data dai media cartacei e televisivi a qualunque esternazione degli atei devoti che danno un supporto multiculturale alla voglia delle gerarchie cattoliche di fare i conti una volta per tutte, in nome del pensiero unico – con spallate sempre più arroganti allo spirito della Costituzione e dello stesso concordato – con la modernità, la secolarizzazione, i valori dell'illuminismo e del pluralismo e – A ben guardare - con le stesse ispirazioni più autentiche della cristianità.
Non unirsi sarebbe un delitto
In questo panorama davvero tragico è indispensabile riuscire a creare un'aggregazione tra tutte le centinaia di associazioni che formano in Italia la galassia del laicismo, ciascuna dedita a obiettivi particolari ma tutte ispirate a principi comuni di opposizione a qualunque tipo di fondamentalismo. Purtroppo, l'individualismo e il soggettivismo che caratterizzano la coscienza laica sono sempre stati di ostacolo a un’azione comune, e questa frammentazione non ci dà modo di fare valere le nostre istanze in modo efficace di fronte a partiti che prendono in considerazione solo i numeri dei potenziali elettori.
Ma almeno in questa fase di emergenza per la laicità delle istituzioni dovremmo cercare di cambiare per essere uniti il più possibile. E’ ormai diventato fondamentale, a nostro avviso, lavorare per la creazione di un nuovo soggetto laico, che senza nulla togliere all'autonomia e all'indipendenza delle nostre organizzazioni possa operare in modo unitario per opporsi alla deriva apparentemente inarrestabile verso uno Stato confessionale.
Noi facciamo appello a tutte queste forze disgregate ma ci rivolgiamo anche ai seguaci di altre chiese, come i valdesi, agli adepti di molte confessioni protestanti e di altre religioni come i buddisti come anche ai gruppi cattolici “dissidenti” che mostrano grande apertura verso le tematiche bioetiche. Tra noi ci sono persone di convinzioni atee ma anche persone religiose, cattoliche e non cattoliche: tutte convinte, però, che i principi della religiosità debbano essere vissuti nel foro della propria coscienza e non possano essere imposti agli altri con la forza della legge.
Per questi fini, per la difesa dello Stato laico, che in ultima analisi significa difesa della libertà delle nostre coscienze, riteniamo indispensabile organizzarci per tenere entro breve un grande raduno nazionale – quelli che potremmo chiamare gli Stati generali del mondo laico - con l’obiettivo di dare vita a una federazione laica, coordinata e rappresentata da personalità di forte spessore culturale, in grado di inserirsi nel dibattito politico del nostro paese. Non pensiamo certo ad una organizzazione simil-partitica ma ad una lobby laica, che possa far sentire la propria voce fuori dal coro dei prelati, dei politici ginocchioni al mattino e attivi a luci rosse la sera, dei campioni della fede che hanno fondato sul sottogoverno il loro impero politico, degli ex confidenti della Cia inginocchiati sempre dalla parte da cui tira il vento e ora addirittura assurti a maestri di morale pubblica.
Non pensiamo certo che costoro debbano essere ridotti al silenzio: hanno tutto dalla loro parte, soldi, giornali, televisioni, partiti. Non si dica, come è stato fatto con i professori della Sapienza, che vogliamo imporre la censura al Papa, figuriamoci. Semmai quelli che nei secoli hanno subito bavagli, censure, messe all'indice, torture, sono i laici e gli eretici di qualunque confessione. Essere lieti di ogni possibilità di dialogare fa parte del nostro Dna. Però non siamo affatto lieti quando il dialogo diventa un monologo da ascoltare in ginocchio e la cui verità è data a priori. E soprattutto non siamo lieti quando si pretende a tutti i costi che questa presunta verità diventi legge dello Stato in grado di coartare tutti, credenti e non credenti.
E' per questo, care Amiche ed Amici delle diverse associazioni, gruppi, comunità che credono nei principi della libertà di coscienza e della laicità delle istituzioni, che proponiamo di unire le nostre forze in una qualche forma di aggregazione, da costruire insieme. Per far sì che un domani non ci tocchi di dire che potevamo fare qualcosa e non l'abbiamo fatto. Le adesioni che potrà raccogliere questo documento ci aiuteranno a capire se la strada che proponiamo è realmente percorribile.
Giancarlo Fornari – Mario Riccio – Francesco Saverio Paoletti – Edoardo Semmola - Giulio Cesare Vallocchia
Una testimonianza dal Cantiere “Arcipelago Napoli”
di Enzo Venditto
Come è già stato riportato da altri al Cantiere napoletano c’erano operatori sociali, rappresentanti di associazioni, movimenti, semplici cittadini, in pratica persone attive nella società civile e nella cultura della città
Naturalmente non è facile dire quale sia oggi il sentire dei “cantieristi” napoletani nei confronti della crisi politica che sta attraversando il paese ed in particolare la “sinistra”. Eppure alcuni umori al Cantiere sono emersi in maniera così evidente che per riassumerli non bisogna certo fare opera di equilibrismo “politico”.
Alla maggioranza dei presenti la “politica” così com’è non piace, non ne sopportano più i linguaggi, e le sue contingenti finalità. Negli interventi, nei dibattiti o nelle chiacchiere nei momenti di pausa pranzo, i sentimenti più diffusi nei confronti dei partiti politici e del sistema politico in generale, sono analoghi a quelli che si sentono in giro fra la gente e sul web: c’è molta disillusione, anche noia e a volte vera e propria rabbia. Insomma i cantieristi, come molti nella società civile oggi, vivono pienamente la crisi del sistema dei partiti e delle forme della democrazia partecipata. E’ forte la sensazione che ci sia una reale carenza di democrazia, al punto che è abbastanza diffusa la sensazione di essere come cittadini “invisibili” al cospetto dei partiti, anche quelli della variegata e frantumata sinistra. Tutti esprimono un urgente bisogno di recuperare spazi politici.
Apparentemente al Cantiere è emerso un approccio “strategico” comune, basato sulla necessità di sviluppare nuove forme di democrazia partecipata attraverso la creazione di reti che mettano insieme associazioni, movimenti, comunità ma anche semplici cittadini. Attraverso le reti i “cantieristi” credono sia possibile ritrovare interessi convergenti a patto però di partire dagli ambiti territoriali. Infatti molti hanno evidenziato che è proprio dall’abitare un territorio che oggi provengono i diritti più diffusamente espressi dai cittadini. Naturalmente è anche stato sottolineato come sia possibile cercare convergenze tematiche a partire da obiettivi limitati, anche perchè tutti riconoscono l’importanza di fare massa critica (stare da soli è perdente).
Gli aspetti più controversi del dibattito nel cantiere napoletano sono invece, a mio avviso, quelli che hanno riguardato la questione di quale “tattica” che sia utile adottare per aprire nuovi spazi di democrazia.
Qui i cantieristi mi sono sembrati divisi un due gruppi (che definisco gruppi 1 e 2):
Per quelli del gruppo 1, le reti devono tendere a diventare veri e propri “soggetti politici” che quindi siano portatori di un compiuto “progetto politico”. Per questi cantieristi la rete potrebbe avere lo scopo di mettere a punto “buone pratiche” da sperimentare nei territori, non sostituendosi allo stato ma indicando risposte ai problemi nell’attesa di un feed-back da parte della politica, dei partiti, dello stato, a cui in ogni caso va demandato il vero cambiamento, nell’auspicio che questo passi attraverso la concretizzazione delle sperimentazioni messe in atto dalle reti.
Per quelli del gruppo 2, le reti invece sono uno strumento per conoscersi, capirsi, sentirsi parte di una nascente comunità (democratica). In pratica la rete è sentita come uno strumento che tessendo nuovi legami di interdipendenza permetta di fare comunità. Questo gruppo, sente come prioritario resistere agli assalti della globalizzazione neoliberista per fortificarsi e, nel contempo sperimentare “buone pratiche” da far diventare patrimonio di tutta la società civile in modo che queste rappresentino prime forme condivise di democrazia partecipata. Questi cantieristi vedono nella rete la possibilità per produrre nuove culture che superino l’esistente, un luogo, cioè, dove riflettere sulle conseguenze negative dello sviluppo (così evidenti nella Napoli invasa dai rifiuti) e dei luoghi comuni della “crescita”. Per questo gruppo la rete deve nascere a partire dallo sviluppo di nuove “prassi“, nuovi metodi che mettano al centro la valorizzazione delle “cose fatte dagli altri” e che diano pari dignità ai soggetti, anche a costo di mettere in sordina qualche pezzo della propria identità.
18 febbraio 2008
Alert infortuni sul lavoro tra un film e... "posti" a sedere

Ho un Alert di IGoogle sugli "infortuni sul lavoro" che inonda la mia posta elettronica. L'alert, per chi non lo sa, è un servizio gratuito che funziona inviando una mail per ogni notizia o gruppo di notizie che il motore di ricerca trova con le parole chiave che l'utente ha segnalato.
Le notizie di oggi segnalano, oltre al consueto bollettino di guerra, l'eco di un fitto dibattito sulla messa in onda in Rai del film "Morire di Lavoro" di Daniele Segre e l'eco di un greve petire istituzionale in Regione Campania, dove capita che i consiglieri dell'opposizione interroghino la Giunta sul modo in cui sta procedendo nella copertura dei vuoti in organico delle Asl riguardanti il personale tecnico destinato ai controlli sui luoghi di lavoro.
Sul primo eco è forte la sensazione che si stia sublimando, con la questione del film in tv, il problema concreto di un intervento rapido del Governo per l'approvazione dei decreti di delega del Testo Unico sulla sicurezza del lavoro. Sul secondo no comment!
sv
Foto "Oh...issa" di Adelio Gregori
Appello
Appello al popolo campano
IL RITORNO DEI CIP6: POLITICA DA INQUINAMENTO
L’ex presidente del Consiglio Prodi ha firmato il decreto per sbloccare i
contributi alla costruzione degli inceneritori. Avevamo tanto lottato
durante il lungo dibattito parlamentare sulla Finanziaria di quest’anno
contro questi contributi, i cosiddetti Cip6, ed avevamo ottenuto che non
fossero più dati ai nuovi inceneritori. I Cip6 sono i contributi che i
cittadini italiani pagano per le energie rinnovabili (l’anno scorso lo Stato
ha avuto circa 3 miliardi di euro da questi proventi). Purtroppo, per
un’errata interpretazione della direttiva europea, questi soldi sono stati
usati anche per gli inceneritori, perché, bruciando i rifiuti, producono
energia che è “assimilata” alle energie rinnovabili.
L’intervento di Prodi è stato finalizzato a riaprire il bando di gara e così
terminare i lavori dell’inceneritore di Acerra (in costruzione dal 2000!).
Infatti il bando di gara, indetto dall’allora commissario straordinario
Pansa, che scadeva il 31 dicembre, è andato deserto per il ritiro delle
uniche due ditte che si erano presentate: la A2A (la potente municipalizzata
di Brescia e Milano) e la Veolia (ex-Vivendi), la più potente multinazionale
dell’acqua al mondo che gestisce anche i rifiuti (seconda al mondo in questo
settore). La ragione data per il ritiro del bando dalla gara era che non
c’erano più i contributi governativi, i Cip6. Così si capisce perché gli
industriali vogliono gli inceneritori. Ci guadagnano infatti 55 euro per
ogni tonnellata che bruciano. Peccato che non ci dicono che il 30% dei
rifiuti bruciati rimane come residuo tossico che dovrebbe essere sepolto in
Germania nella cave di salgemma.
La decisione di Prodi di dare i contributi Cip6 ai tre inceneritori della
Campania (Acerra, Santa Maria La Fossa e Salerno) e in particolare
all’inceneritore di Acerra, costruito nel territorio più inquinato d’Europa,
apre la porta per il ritorno in gara di A2A e di Veolia. Cade così la foglia
di fico che copre tanta propaganda industriale a favore degli inceneritori.
La verità è che gli industriali vogliono gli inceneritori solo se ci sono i
soldi del Cip6. E’ un altro enorme business anche quello degli inceneritori.
Tutta questa vicenda rivela ancora una volta che coloro che governano non
sono più i politici, ma i potentati economico-finanziari. I nostri politici,
se vogliono governare, devono obbedire.
Rimaniamo esterrefatti davanti a tale comportamento del decaduto governo
Prodi e ci poniamo tutta una serie di domande.
Come può un governo che sta per cadere o è caduto modificare le decisioni
parlamentari contenute nella Finanziaria?
Perché aprire la strada a una multinazionale come la Veolia, che ha avuto la
scorsa settimana 6 dirigenti che lavorano per Acqualatina (49% della Veolia)
arrestati a Latina?
Perché aprire la porta a Veolia che dopo i rifiuti si prenderà anche l’acqua
di Napoli e della Campania?
Perché il governo trova soldi per la Veolia e non per la raccolta
differenziata casa per casa?
Perché Prodi non ha commissariato tutti quei comuni che non hanno raggiunto
il 35% di raccolta differenziata come previsto dalla finanziaria di
quest’anno?
Ha ragione l’economista ambientale Guido Viale quando afferma:
“L’inceneritore è tossico, soprattutto perché inquina il cervello di molti
amministratori locali e governanti nazionali che aspettano da quella
macchina - e non dalla riorganizzazione dei ciclo dei rifiuti attraverso la
partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini - una miracolosa
soluzione del problema”.
Alex Zanotelli
Aderiscono:
Vittorio Agnoletto, europarlamentare Gue – Sinistra unitaria europea
Ninni Vinci e Barbara Grimaudo - I Cittadini Invisibili - Sicilia
Sandra Cangemi, giornalista, Milano
Francesco Cicchetti
Paola D'Alconzo -Napoli
Consiglia Salvio- Rete Lilliput Napoli
Isa Giudice
Comitato Civico contro l'inceneritore di San Salvatore Telesino
Maria Pia Cutillo - San Salvatore Telesino Bn
Alberto De Monaco
Mirella De Gregorio - Milano
Pietro Fattori
Silvana Risi
Pietro Scola
Nunzia gatta – GMA Napoli
Marco Sodi - Formatore alla Nonviolenza(Firenze)
Luciano D'Antonio del Coord. Unitario Acqua Pubblica Firenze
Paolo Attanasio – Napoli
Enrico Del Vescovo
Mauro Chessa - Officina Politica Pistoiese
Lucia Capriglione Salerno
Lettera aperta dei comitati cittadini di Pianura, Quarto e Pozzuoli
Lettera aperta dei comitati cittadini di Pianura, Quarto e Pozzuoli
[5 Febbraio 2008]
Dopo le denunce dei cittadini di Pianura la Procura di Napoli sequestra la discarica di Contrada Pisani, attiva per più di 40 anni. Si ipotizza il reato di disastro ambientale ed epidemia colposa. E mentre il super-commissario De Gennaro sceglie Pianura come deposito di «ecoballe» si aspetta ancora la bonifica dell’area.
Dopo decenni di tentativi perpetrati ai danni della popolazione del quartiere di Pianura e dei limitrofi comuni di Quarto e Pozzuoli, come l’insediamento di una fabbrica di piombo, la costruzione di un carcere, l’apertura di un sito temporaneo di trasferenza durante l’acuirsi dell’emergenza rifiuti nel 2004, il trasferimento nell’area degli inerti derivanti dalla bonifica dell’area ex Italsider di Bagnoli, si è giunti al sequestro ordinato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli di parte dell’area della ex discarica chiusa dodici anni fa.
I magistrati sono giunti ad ipotizzare i reati di disastro ambientale ed epidemia colposa a seguito di quaranta anni di sversamenti leciti ed illeciti di rifiuti tossici e nocivi in tutto il cratere dei Pisani. La discarica nella contrada è stato l’ennesimo episodio di una storia umiliante e senza precedenti.
La Procura ha finalmente dato ascolto alle denunce della popolazione. Esse hanno rilevato il nesso tra le patologie oncologiche e la presenza della discarica. Questa grande conquista insieme al sostegno della comunità scientifica ha consentito il risveglio della dignità e del senso civico della popolazione.
Dopo il sacco edilizio degli anni settanta e ottanta si continua ad operare non per il bene della comunità ma per lo scempio dell’ambiente e per l’attentato sistematico alla salute delle persone. La società civile liberamente scesa in strada a manifestare il proprio pensiero sta denunciando l’ennesimo tentativo di trasformare il quartiere e le zone adiacenti in una discarica sociale.
Ci domandiamo perché in uno Stato che speriamo voglia continuare ad essere civile e democratico noi cittadini che ci battiamo quotidianamente per il rispetto delle regole che soggiacciono alla civile convivenza e per l’affermazione del principio di legalità siamo costretti a difenderci continuamente da attacchi violenti e contrari allo stato di diritto.
Il progetto di apertura di un sito destinato ad ospitare ventimila ecoballe con un annesso sito di «inertizzazione sperimentale» rappresentano l’ennesimo attacco alla nostra dignità. Un progetto del quale le stesse autorità che l’hanno proposto omettono il fine reale, il tipo di lavorazione ed i rifiuti trattati – anche di natura tossica–, le cui conseguenze già da ora vogliamo contrastare.
Siamo certi che queste non siano soluzioni utili ad uscire dall’emergenza rifiuti.
Pretendiamo anzi che si attui immediatamente la bonifica del territorio.
Sono stati da tempo indicati al Commissariato siti alternativi con un basso impatto ambientale.
Siamo pronti a partire con una raccolta differenziata porta a porta, con la riduzione dei rifiuti e degli imballaggi e con il riciclaggio.
Ci batteremo per un’educazione ad un consumo responsabile e non inquinante.
Non siamo professionisti dell’ambientalismo ma cittadini probi e onesti che, seppur stanchi dei continui soprusi, credono che questa protesta
dato inizio ad uno straordinario, inarrestabile processo di maturazione civile.
Anche se consapevoli che il confronto e il dialogo con le istituzioni siano indispensabili in una società moderna siamo anche consci di una profonda crisi della democrazia rappresentativa che di certo non rinneghiamo né combattiamo ma che anzi con il nostro contributo vogliamo rilanciare.
Vogliamo riappropriarci della nostra dignità e dei nostri diritti calpestati. Non intendiamo delegare solo i nostri rappresentanti politici per risalire la china di questo penoso declino perchè siamo profondamente convinti che è anche nostro dovere cercare di indicare le strade per il cambiamento della tragica situazione in cui ci troviamo e i cui responsabili sono ben noti a tutti.
(Da www.carta.org)
Arcipelago Napoli: un Cantiere per parlarsi
Arcipelago Napoli: un cantiere per parlarsi*
Giovanni Laino e Andrea Morniroli
Le condizioni di chi vive a Napoli e nella sua conurbazione sono certamente particolari ma, allo stesso tempo, esemplari di quelle in cui vivono gli abitanti delle grandi città in questi anni. Come dicono noti analisti «siamo in una condizione di frammentazione e molecolarizzazione sociale».
La condizione in cui viviamo può essere rappresentata come una insieme, senza confini, di costellazioni di minoranze, spesso incapaci di parlarsi ma, anzi, diffidenti e astiose l’una con l’altra.
La società tende a polarizzarsi, dando certo più spazio all’individuo che però, sempre più solo e insicuro, se la cava nella misura in cui è garantito, in termini di patrimonio di beni, di relazioni, di istruzione, di opportunità e competenze nell’abitare le reti. In assenza di tali garanzie, la persona immediatamente e cinicamente viene spinta in processi duri di esclusione e marginalità, dove ogni appiglio e opportunità sono negate, con una conseguente produzione e diffusione di povertà vecchie e nuove. Questo senza negare che molti altri stanno meglio dei loro padri, producendo meno di quello che consumano.
Viviamo, in generale, una forte crisi del legame sociale. Fra tensione alla sicurezza e anelito di libertà, cerchiamo ogni giorno mediazioni soddisfacenti ma sempre precarie e contraddittorie. Quelli che scelgono di vivere e di impegnarsi più spesso ambiti pubblici, con ruoli in attività di interesse pubblico – sia quando frequentano organizzazioni tradizionali o associazioni autopromosse – hanno difficoltà non solo rispetto ai responsabili dei diversi livelli di governo ma, anche, rispetto ai propri simili e affini. Anche nelle reti più piccole la coesione prima o poi fa problema. La necessità di porre distinguo, affermare differenze, è più forte del fare massa critica, dell’associare risorse. Certo, il vizio dell’autoreferenzialità è molto diffuso: spesso le persone sono tanto impegnate quanto condizionate dal narcisismo, ma non è solo questo. Siamo protagonisti e testimoni di fenomeni più ampi e radicali come quello che Giddens chiama “decontestualizzazione”. Risultano inidonei luoghi e forme del fare e dello stare in pubblico senza trovarne altri che consentano di vivere le aggregazioni delle quali pure sentiamo il bisogno.
A Napoli serpeggia un qualche spirito individualistico che testimonia inequivocabilmente il fatto che, qui, Napoleone o i capi della Riforma protestante non hanno mai fatto scuola. D’altra parte le spiegazioni che fanno appello solo alle buone intenzioni, auspicando una capacità di mettersi insieme, raccogliendo le reti in un’unica grande rete, magari della “società civile” o dell’antagonismo sociale e politico, non colgono la profondità della dispersione: il trovarsi in una condizione di arcipelago per Napoli non è una situazione solo congiunturale. Si può ipotizzare che, anche in questa frontiera fra Nord e Sud, stiamo facendo esperienza di un nuovo disagio della civiltà. Constatiamo un mutamento che interessa le radici profonde del nostro essere e, senza sfiduciarsi, dobbiamo riconoscere che i saperi che nel Novecento hanno promesso grandi spiegazioni rassicuranti, unitarie e risolutive oggi non sono adeguati.
Naturalmente resta la rilevanza della politica (e delle politiche) che non può proporsi come alternativa ai mondi vitali delle variegate forme di cittadinanza attiva e di autopromozione sociale. Come, d’altra parte, pur ribadendo una distinzione molto profonda, queste tracce di comunità di pratiche non sono, né possono essere, non connesse ai processi decisionali della città. Altrimenti si diffonde un altro grande disagio che già viviamo: una diffusa inconcludenza coperta da frenetico attivismo.
Per ragionare su questi temi e provare a trovare possibili percorsi comuni e condivisi, la rivista Carta e l’Associazione Cantieri Sociali, in collaborazione con un gruppo di persone che abitano e vivono la realtà napoletana, ha promosso e organizzato un cantiere sociale su Napoli per i giorni 9 e 10 febbraio (vedi programma http://cantieresocialenapoli.blogspot.com/).
Il cantiere vuole essere un’opportunità di confronto, aperta a tutte e tutti, non tradizionale dal punto di vista della liturgia convegnistica, che in primis si pone l’obiettivo di costruire ponti tra tanti modi di vivere e pensare a una città diversa. Tutto questo nella consapevolezza che siamo in una condizione costitutivamente plurale; che quotidianamente dobbiamo fare i conti con diverse fonti di conflitto; che, specialmente a Napoli e nella sua provincia, in modo spesso ambiguo, convivono perle e pirati, fiori e letame, esperienze che sono o possono essere di eccellenza accanto a mediocrità che producono sfiducia, generano afasia.
L’ambiguità abita il nostro vivere in modo non occasionale e, quindi, non è possibile operare facili semplificazioni e riduzioni. L’estremismo delle risposte non può essere considerato più un soddisfacente trattamento della radicalità delle domande. In altre parole, occorre avere il coraggio di ammettere che, in molti casi, non basta né è idonea, la scelta fra un si o un no ma è indispensabile documentarsi, discutere, confliggere sul come, dove, quando, ammettendo anche di abitare il dubbio.
Per favorire il confronto e la contaminazione tra approcci e visioni differenti, sono state individuate alcune parole chiave, trasversali a ogni tema: cittadinanza sociale; essere, stare, fare pubblico; lavorare in comune, misurarsi con le solitudini. Gli argomenti dovrebbero essere affrontati a partire dalla propria esperienza, provando a ragionare e far ragionare su come, p.e., le esperienze di Nuovo Municipio, delle lotte per l’acqua pubblica, per la pace, per superare la precarietà del lavoro e dell’abitare, per i diritti individuali e collettivi, possano connettersi, necessarie le une alle altre, nell’immaginare un’altra città. Un approccio trasversale, che utilizzi i saperi e le esperienze di ognuno, in un tentativo di crescita utile a tutte e tutti.
I temi del cantiere sono frutto di un percorso condiviso da un gruppo di persone che ne sono promotori, proponendoli come nodi critici, domande aperte, a cui tutti quelli che parteciperanno potranno contribuire, allargando e approfondendo gli orizzonti. Anche per questo, con gli altri promotori, auspichiamo che il Cantiere si configuri non come la conclusione di un percorso, ma come tappa di un processo per la costruzione di uno spazio di confronto, partecipato e libero.
* La Repubblica Napoli di oggi (7/feb) pubblica un articolo di cui questo testo costituisce una versione più ampia
Una domanda napoletana
di Pierluigi Sullo
Carta 13 Febbraio 2008
Sabato e domenica scorsi sono stato a Napoli, ad un “cantiere”, targato Carta e associazione Cantieri sociali e in effetti promosso – con un lavoro durato mesi – da un gruppo di ricercatori e docenti, operatori sociali e persone attive nella società civile e nella cultura della città. La mattina di sabato circa 150 persone, nei tre gruppi di lavoro del pomeriggio un’ottantina, la mattina dopo, domenica, un’altra ottantina. Tra i partecipanti, molti, forse la maggior parte, erano sconosciuti agli organizzatori: singoli cittadini, in generale persone di sinistra che, come dice il titolo del libro di Marco Revelli, hanno la sensazione di stare smarrendo la loro identità. Ai dibattiti hanno partecipato, oltre a persone venute da fuori come Dino Greco e Bruno Amoroso, Enrico Pugliese, Giancarlo Paba e Chiara Sasso dei No Tav, oltre ad Alex Zanotelli, cittadini dei “presidi” di Pianura, di Gianturco e di Giugliano, gente che lavora nel sindacato, con i migranti, nelle periferie. La miscela era insomma molto interessante, per chi – come me – volesse capire un po’ di più della crisi napoletana. Uso questo termine non solo a proposito della catastrofe dei rifiuti, ma soprattutto per dire come quel che accade nella capitale del Sud riveli in modo esplosivo due tipi di fratture nell’architettura civile del nostro paese.
La prima è il condensarsi delle conseguenze negative dello “sviluppo”: la follia della crescente produzione di rifiuti, ovviamente, ma insieme il forsennato consumo di suolo, l’attesa messianica di una “industrializzazione” definitivamente fallita, l’estrema fragilità dei legami sociali e la povertà, la diffusione dell’economia criminale e la sua compenetrazione con l’economia legale. L’altra frattura è–di conseguenza–quella tra una società e un territorio sempre più sofferenti e una politica aggrappata ai luoghi comuni della “crescita”, che intreccia relazioni pericolose (come Bassolino con l’azienda dei Romiti, causa prima del disastro della “munnezza”) con i poteri dell’economia e si costituisce in mandarinato inamovibile che si regge sul traffico di voti e sulla gestione (scriteriata e clientelare) dei flussi di denaro pubblico. Infatti, nessuno, ma proprio nessuno delle sinistre napoletane, salvo un compagno di Rifondazione (a nome del partito, ed è di Roma), ha pensato bene di venire ad interloquire con quel pezzo di società cittadina. E lo stesso tema della discussione, dopo il censimento di quel che si muove sul terreno, nei quartieri, era: come possiamo organizzarci non solo per resistere, ma per mettere in pratica quel che sappiamo sarebbe giusto fare (come hanno fatto i cittadini di Gianturco tentando di organizzare da sé la raccolta differenziata), se la politica è un muro impenetrabile e sordo? Le opinioni, poi, erano disparate, ma l’importante è stato porsi la domanda, e farlo insieme, e decidere di continuare a farlo in un Cantiere che cercherà di diventare luogo permanente di intreccio, approfondimento, relazione con i presidi di democrazia nel territorio, ecc.
Ho raccontato tutto questo perché è giusto si sappia che sulla scena di Napoli non ci sono solo i telegenici cumuli di mondezza per le strade e le strategie militari di De Gennaro. Ma anche perché, chiamati di nuovo a votare, sono molti, persone di sinistra o no, gente che partecipa alle innumerevoli iniziative di difesa dei territori e della società, a farsi quella domanda: come si può fare quel che va fatto, se la politica ha le sue ragioni (elettorali, tattiche, della promozione dei “leader”, ecc.) che la ragione non conosce?
Pratiche sociali e trasformazione della città
Giancarlo Paba
(per una versione completa vedi Paba G., “Interazioni e pratiche sociali auto-organizzate nella trasformazione della città”, in Balducci A., Fedeli V., a cura di, I territori della città in trasformazione: tattiche e percorsi di ricerca, Angeli, Milano, 2007)
[…]
Pratiche urbane
Nabeel Hamdi ha coordinato nel corso del tempo molte esperienze di progettazione partecipata nel sud del mondo, insegnato nelle università, compilato manuali e diffuso concetti conosciuti tra gli esperti di partecipazione (making microplans, action planning). Nel suo ultimo libro, Small Change, il senso del lavoro compiuto è riassunto in una specifica visione delle pratiche. Hamdi ne fornisce una definizione semplice e ragionevole: «practice – that skilful art of making things happen», l’arte sottile di fare in modo che le cose accadano (Hamdi, 2004, p. xix). Le pratiche puntano alla trasformazione, attraverso l’azione comune, producono l’emergenza e la diffusione di piccoli cambiamenti, promossi da piccole organizzazioni, ma questi cambiamenti possono crescere, anche un poco ingrandirsi (diventando diversamente grandi, se posso dire così), consolidarsi e mettersi in rete, incidere efficacemente sull’organizzazione sociale e territoriale (secondo processi di emergence e scaling up, nella terminologia utilizzata da Hamdi).
Practice disturbs: la pratica, le pratiche disturbano. Creano nuovi legami tra le persone, orientano le azioni individuali verso obiettivi condivisi, sfidano «verità, credenze, valori, norme, rituali, poteri e relazioni di genere», modificandoli nel corso dell’azione. Nella costruzione delle pratiche, di alcuni tipi di pratiche, sono messe al lavoro le interazioni, e forse in alcune pratiche speciali un particolare tipo di interazione, l’interazione spinta, forte, circolare: Schatzki la chiama heedful interaction1, per dire dell’implicazione reciproca, attenta e profonda, che qualche volta si realizza quando un gruppo sociale organizzato, per un obiettivo fortemente desiderato, costruisce un’azione condivisa (Schatzki, 1997, 2005; Crosta, 1988).
È necessario, prima di poter proseguire, soffermarsi su una piccola storia locale, nella periferia popolare di Firenze. Le Piagge è un quartiere di edilizia pubblica, un quartiere ‘sensibile’ e problematico, cresciuto tra la via Pistoiese e l’Arno, in territori lungo il fiume che sarebbe stato giusto non urbanizzare (Paba, 2000). Le Piagge è un retro della città: un’area rimasta, grande e tuttavia interclusa, terreni inquinati (rifiuti clandestini, residui di un vecchio inceneritore ormai spento, aree di escavazione), un quartiere complicato anche dal punto di vista sociale (sfrattati, anziani, deportati dal centro storico, immigrati dal meridione e dal mondo). La sequenza di costruzione del quartiere è quella classica delle periferie italiane: case dopo case per un paio di decenni, e soltanto alla fine qualche modesta dotazione di servizi e qualche forma di complicazione funzionale (un centro commerciale Coop, essenzialmente, con farmacia, bar, piazzetta semipubblica e minigalleria commerciale).
Le navi simbolizzano il quartiere, allo stesso modo delle vele di Scampìa (ma il livello di degrado delle Piagge resta tuttavia assai lontano da quello della periferia di Napoli): cinque stecche di edilizia pubblica perpendicolari al fiume, galleggianti appunto come grandi piroscafi entro uno spazio inutilmente verde, costruiti in modo indecente e quindi subito degradati nell’aspetto, negli impianti, nelle strutture. Intorno edilizia pubblica di ogni genere, precedente e successiva alle navi, quasi un catalogo di mode architettoniche, dall’impianto stereometrico dei primi interventi, al recupero dell’isolato, al neomedievalismo dell’ultimo intervento di Paolo Portoghesi.
Il quartiere ha conosciuto tutti i possibili tipi di pianificazione: dal Peep al Piano casa, dal Programma di riqualificazione urbanistica al Contratto di quartiere, fino al Piano guida, costruito con qualche modalità di interazione positiva con la popolazione, ad opera di un gruppo di lavoro coordinato da Giancarlo De Carlo (forse l’ultimo suo progetto). Però il quartiere resta ancora lì, sempre molto malato, nella struttura fisica e nella condizione sociale.
Nei luoghi degradati spesso si forma una contro-città di relazioni umane, per contrastare la povertà, il disagio, la tristezza urbanistica e sociale. A volte sono storie che si ripetono: era già successo a Firenze nel primo dopoguerra con la comunità dell’Isolotto, che abitava la piazza davanti alla chiesa e produceva servizi pubblici nelle ‘baracche verdi’, costruzioni provvisorie divenute permanenti di un quartiere nato ancora una volta senza attrezzature (Poli, 2004). Michelucci era tra i progettisti dell’Isolotto, ed è accaduto proprio quanto egli aveva affermato, nella citazione con la quale ho aperto questo scritto: la città «è anteriore alla costruzione di edifici pubblici e risiede nel rapporto sociale che persone o gruppi riescono a determinare fra loro»; è l’interazione, la commonality2 costruita nelle pratiche, a radicare gli abitanti nella città e a porre le condizioni per la trasformazione e il consolidamento degli abitati. Don Enzo Mazzi era l’ispiratore della Comunità dell’Isolotto e un altro prete di frontiera, Alessandro Santoro a metà degli anni novanta ripeterà l’esperienza (in forme ovviamente diverse) nel quartiere delle Piagge.
La ‘storia di un quartiere senza storia’ e della Comunità delle Piagge è raccontata in un libro di una studiosa (e militante della comunità), e a quel libro è necessario rimandare per ogni dettaglio (Manuelli, 2007). Qui è sufficiente descrivere sinteticamente le attività che fanno riferimento alla Comunità, organizzate a partire da un capannone elementare e provvisorio collocato al centro del quartiere. Le elenco disordinatamente: microcredito, laboratorio della bicicletta, inserimento lavorativo, recupero dei malati mentali, recupero degli ex-carcerati, consumo critico, riuso e riciclaggio, microimprenditorialità per le donne straniere, gruppi di acquisto solidale, vivaio di impresa, ospitalità per i senza tetto, giornale di informazione alternativa, oasi del fiore e giardinaggio sociale, fattoria terapeutica nel casale di Villore, mediazione interculturale nelle scuole, assistenza agli stranieri e molte altre cose ancora (Pecoriello, 2007).
Non immaginate una grande organizzazione: le attività sono spesso piccole, circoscritte a un numero non rilevante di persone, mentre invece il disordine è forse fittizio: in realtà quelle attività sono integrate in un certo numero di pratiche, di sistemi di azione multi-obiettivo, promosse da qualcuna delle quattro cooperative che compongono la Comunità, e agganciate ai collettivi di volontari, ai programmi, ai finanziamenti, e ai sostegni esterni giudicati utili, sia istituzionali (pochi e forniti contro voglia), sia non istituzionali, volta a volta necessari.
Politiche pubbliche auto-organizzate
Se prescindiamo dalle valutazioni di scala (se assumiamo che una politica non abbia una scala minima di svolgimento), la comunità delle Piagge ha organizzato (dal basso, autonomamente) politiche pubbliche (nel senso indicato da Balducci, 2004 e Crosta, 2000): politiche bancarie e finanziarie, politiche formative e educative, politiche di gestione e riciclaggio dei rifiuti, politiche abitative, politiche di sostegno all’imprenditoria giovanile e femminile, politiche di trattamento dei problemi dell’immigrazione, politiche culturali, politiche di recupero del patrimonio architettonico e rurale, e altre ancora.
Queste politiche pubbliche auto-organizzate, o politiche pubbliche dal basso (d’ora in poi PPdB) hanno tuttavia caratteristiche profondamente differenti dalle politiche pubbliche tradizionali (e dalle politiche di assistenza sociale organizzate dallo stato o dal mercato). Elenco qui di seguito gli aspetti rilevanti di questo tipo di politiche (o di pratiche), con una importante avvertenza preliminare: non si tratta dei caratteri che è possibile rintracciare, tutti e sempre, nelle attività della Comunità delle Piagge o di qualsiasi altra simile esperienza. Si tratta di una sorta di checklist ideale di una pratica sociale auto-organizzata, che è possibile soltanto approssimare, in uno o più aspetti, nella effettiva sperimentazione sociale.
Le politiche pubbliche dal basso (le pratiche sociali auto-organizzate che producono beni pubblici) hanno quindi (possono avere) le seguenti caratteristiche:
sono (localmente) decisive, affrontano questioni, per così dire, di vita o di morte – problemi di ‘giustizia locale’ (Elster, 1995);
sono inclusive, in senso forte: portano dentro, strappano all’indifferenza, all’inesistenza;
si sintonizzano in modo sottile (fine tuning è un’espressione di Christopher Alexander che mi piace recuperare) sui problemi che debbono trattare, aderendo ai corpi degli abitanti, ai contesti umani, sociali e spaziali;
esaltano l’aspetto interattivo, producono beni relazionali, producono relazioni a mezzo di relazioni (Uhlaner, 1996; Bruni e Zamagni, 2004);
impongono di costruire interattivamente la conoscenza e l’azione (Crosta, 1988; Fischer, 2005);
sono multi-obbiettivo, colpiscono obbiettivi differenti tra loro intrecciati (intrecciano obiettivi che sembravano irrelati), il successo di ciascun obiettivo dipendendo dal raggiungimento degli altri obiettivi (Donolo, 2003);
mettono in relazione persone, istituiscono dei corpo a corpo tra le persone: body matters nella pratiche sociali auto-organizzate;
sono pratiche sensibili alle differenze, modulate sulle diversità delle popolazioni urbane – di età, di genere, di provenienza geografica e culturale, di modalità di lavoro e di consumo, di condizione sociale, di stile di vita (Sandercock, 2000; Perrone, 2004; Bridge, 2005);
sfruttano la ‘forza dei legami deboli’, mettendo in rapporto reti di relazione differenti, accostando mondi diversi, in un processo di reciproca fertilizzazione (Granovetter, 1998);
sono basate sulla circolarità e la gratuità delle prestazioni (mi viene in mente una definizione dell’amore di Jacques Lacan: «donare ciò che non si ha»);
puntano alla qualità, intesa non come proprietà della cosa o del servizio, ma come proprietà relazionale, sistemica (de Leonardis, 1998);
mobilitano terzo, quarto, ennesimo settore (dal volontariato ‘egoista’ a quello più gratuito e spontaneo) (Giusti, 1995; Bruni e Zamagni, 2004; Diamanti, 2006; Revelli, 2007; Evans e Saxton, 2005);
sono pratiche disegnate sui diritti di chi non ha diritti, sono rivolte a chi non è eligible, per definizione;
le pratiche si decidono, si definiscono caso per caso (sono uniche, essenzialmente, non replicabili);
si diffondono (e mutano nella diffusione) per disseminazione, gemmazione, contagio, imitazione-adattamento, proliferazione orizzontale (e anche per caso);
sono caratterizzate da un attenzione (quasi ossessiva) sui modi di fare, ritenuti più importanti non solo del cosa fare, ma anche del come fare; superano (tentano di superare) l’opposizione tra sostantivo e processuale (il modo di fare è insieme la cosa e il come, in alcune forme particolari di azione sociale).
Ho sintetizzato i caratteri delle pratiche solidali auto-organizzate in modo certamente eccessivo, contraendo i ragionamenti, rendendoli difficilmente comprensibili. Ritornerò ora più distesamente su alcuni aspetti, saltando da un punto all’altro, e anche trasversalmente (i problemi affrontati da questo genere di pratiche sono tipicamente trasversali – e transcalari).
Le politiche pubbliche dal basso (PPdB) trattano spesso problemi decisivi: la sorte dei destinatari (in realtà: co-protagonisti) dipende interamente da esse, almeno per quel particolare problema, in quel preciso momento, in quella specifica situazione. Questioni di vita o di morte, ho detto metaforicamente (ma qualche volta vale anche letteralmente): poter stare in Italia o essere espulso; avere o non avere un lavoro; morire o non morire di droga; abitare una casa o un marciapiede; uscire dal carcere o restarci. Le PPdB entrano in gioco nei punti di biforcazione, o di catastrofe, nei momenti in cui le traiettorie dell’esistenza possono divaricarsi, e prendere una direzione o un’altra.
Le PPdB si assumono la responsabilità di decidere di quei problemi che Elster definisce di giustizia locale (Elster, 1995), e cioè dei dilemmi che nascono quando si tratta di attribuire beni scarsi e indivisibili (un posto di lavoro, un rene da trapiantare, l’ammissione agli asili infantili, la concessione di una casa, per fare qualche esempio) disponibili in quantità molto inferiore al numero delle persone che ne hanno bisogno (o che ne hanno diritto, o che ne fanno richiesta). La giustizia locale è “una faccenda veramente caotica” (Elster, 1995, p. 25), e la discussione sui criteri di allocazione di questa particolare categoria di beni e servizi è estremamente complicata e difficile (in particolare quando si tenti, come è naturale nelle politiche pubbliche, di definire norme astratte e generali).
In modo solo apparentemente paradossale le PPdB puntano a risolvere un determinato problema di ‘giustizia locale’, attraverso una forma consapevole di ‘ingiustizia locale’. Esse decidono della perentorietà di un bisogno, dell’ineludibilità di una richiesta, del carattere vitale per qualcuno molto concreto – per quella specifica persona – della concessione di un credito, di un sostegno economico, di un’attenzione dedicata, risolutiva. Escludono gli inclusi, per includere gli esclusi. Vìolano una normativa comunale, una graduatoria, una lista d’attesa; alterano i processi standardizzati di valutazione dei requisiti e dei criteri di ammissione. Le PPdB sono illegali per definizione, o almeno indifferenti alla legge, disobbedienti.
Forse è stato allora sbagliato dire che le PPdB attivano politiche finanziarie, abitative, assistenziali e così via, ed è invece più giusto dire che esse indicano modi diversi di fare banca, educazione, lavoro, cultura, assistenza. Sottolineando concretamente la necessità per le politiche pubbliche di rimettere in discussione protocolli, routines, regole di comportamento che non sono in grado di prestare a chi non ha soldi, di alloggiare chi non ha un tetto, di fornire un lavoro a un disoccupato.
Ho usato nell’elenco precedente una frase forse troppo suggestiva di Jacques Lacan e desidero ora spiegare perché l’ho fatto. Si tratta di una definizione dell’amore, tratta da uno dei seminari: l’amore è appunto ‘il dono di ciò che non si ha’. Mi è sempre sembrata una definizione magnifica e molto vera: l’amore è una struttura di interazione forte nella quale due attori cambiano in profondità ‘nel corso dell’azione’ per potersi offrire ciò che non hanno. Si auto-ingannano, essenzialmente, vedendosi reciprocamente migliori di ciò che sono, e per questo diventando migliori (ed è facile in questa procedura vedere all’opera una sorta di versione nobile dei meccanismi di auto-legame o di pre-commitment, di cui a lungo hanno trattato Schelling, Elster e molti altri).
Credo che il riferimento a Lacan sia pertinente, relativamente ad alcune caratteristiche che le PPdB possono avere. Le PPdB, a volte, non si limitano a distribuire un bene o un servizio che sono già a disposizione, ma inventano, creano quel bene o quel servizio. Appunto donano ciò che non hanno. A partire dalla rilevazione urgente dell’esistenza di un fabbisogno indifferibile producono il bene o il servizio che possono soddisfarlo. Non c’è una casa a disposizione da assegnare a chi ha più diritto (come nei problemi di giustizia locale di Elster), ma c’è questa famiglia che ha bisogno assoluto di una casa e bisogna inventarne l’esistenza per soddisfare quel bisogno. Don Alessandro abitava in una casa popolare delle ‘navi’ e una famiglia albanese senza tetto ha bussato alle porte della comunità. Don Alessandro ha ceduto la sua casa alla famiglia e si è spostato in una cabina elettrica dell’Enel dove ha vissuto per qualche tempo, attivando un meccanismo di mobilitazione sociale in tutta la città, finché una casa è stata trovata3. In genere avviene l’incontrario: nella cabina elettrica ci va la famiglia albanese, e ci rimane. Le PPdB obbediscono quindi al bisogno, non alla legge. L’Abbé Pierre gridava nel dopoguerra, di fronte al dramma impressionante dei senza tetto, che era necessaria un’insurrezione della bontà: le PPdB possono essere considerate insurgent planning practices, nel senso ripreso da Geddes e da Sandercock che ho altrove sviluppato (Paba, 2003, 2004).
Le PPdB agiscono su un terreno nel quale i protagonisti intrecciano rapporti personali attraverso transazioni di valori d’uso, valori di esistenza4, beni relazionali (Bruni e Zamagni, 2004; Prouteau e Wolff, 2004; Uhlaner 1989). Nella piccola banca etica delle Piagge (la cui radicalità di comportamento è critica persino nei confronti delle esperienze standard di microcredito, accusate di qualche cedimento alle logiche del mercato) i termini tradizionali dello scambio di equivalenti sono rovesciati: la persona che chiede un aiuto entra in un circuito di relazioni sostanzialmente non monetarie, e lo scambio multidirezionale di relazioni diventa la sostanza della vita della banca. Contano i modi della relazione, contano le vite delle persone, non le garanzie o le fideiussioni. La possibilità di restituzione del credito non è un requisito che il destinatario deve già possedere, ma una costruzione collettiva, l’esito delle interazioni. Chi riceve un prestito diventa parte di un collettivo e chi lo fornisce acquisisce subito un incremento del proprio capitale di relazioni.
Nella critica all’individualismo metodologico e alla concezione di razionalità che lo sostiene Alessandro Pizzorno indica la necessità, per capire la complessità dei processi sociali, di superare «la connessione di razionalità con intenzionalità soggettiva e con scelta strumentale», per introdurre invece la «connessione razionalità-recezione dell’azione» (Pizzorno 2007, pp. 152 e 158). Le nostre azioni sono determinate non soltanto dall’attesa di una utilità individuale materiale e contabile, ma anche dall’importanza data a «metapreferenze, piani di vita, controlli di un Io futuro»; dalla coerenza delle azioni intraprese «con un immaginario piano di vita», «con un progetto di costituzione della propria identità»; «dall’aspettativa della probabile recezione da parte di un altro soggetto» (Pizzorno 2007, pp. 160, 164 e 185), dalla considerazione dei rapporti di fiducia o reputazione (degli altri e di se stessi), da forme di altruismo, di gratuità dei comportamenti, di reciprocità (Bruni, 2006).
Nelle PPdB queste modalità dell’agire sociale risultano prevalenti e qualche volta esclusive. Nelle attività partecipative a interazione forte la soddisfazione che si prova nel gioco sociale (utilità di processo) si sostituisce all’inseguimento di qualche utilità di risultato (Frey e Stutzer, 2006). Soltanto il riferimento ai livelli di soddisfazione e di felicità che possono derivare dalle ‘attività a motivazione intrinseca’ (Frey, 2005) è in grado di spiegare l’estensione e il lento ma progressivo rafforzamento delle forme di economia civile che si accompagnano, o si contrappongono, alle economie di mercato e alle attività gestite dallo stato (Bruni e Zamagni, 2004).
Le PPdb, infine, mettono al lavoro un’altra forma di lavoro. Si tratta di un universo, anche contraddittorio e differenziato, di attività e di soggetti, chiamato in modi diversi e spesso dal significato incerto e fluido: associazionismo, volontariato, terzo settore, terzo attore. Un mondo complesso sul quale è necessario appuntare un’attenzione anche critica (de Leonardis, 2006; Cefai, 2006). La discussione sulle diverse forme di volontariato è aperta e va dalla rivendicazione che anche il volontario abbia il diritto di essere spinto da una forma – ancorché nobile – di egoismo (il selfish volunteer analizzato e difeso in Evans e Saxton, 2005) all’esaltazione di una figura che Ilvo Diamanti ha definito volontario involontario (Diamanti, 2006).
Una discussione che non è possibile in queste note sviluppare. Personalmente credo non sia necessario – almeno non sempre – scegliere tra una forma e l’altra, alla ricerca della forma migliore, dell’unica legittima o possibile. Ben Sanyal, per esempio, in un articolo molto opportuno, a fronte delle potenzialità, ma anche dei limiti della governance e dei processi deliberativi, ha proposto l’idea che una forma sensata di planning, possiamo forse dire di tradizionale buon governo, possa funzionare come anticipation of resistance e quindi contribuire alla soluzione di problemi sociali e territoriali significativi, insieme alle altre forme di interazione (Sanyal, 2005). Soltanto l’ampiezza, l’apertura, l’estensione, la varietà, la differenziazione, l’interdipendenza, la reciproca interferenza dei giochi sociali possono aumentare l’aspettativa che qualche problema sociale difficile possa essere affrontato. Molti giochi ‘buoni’ sono possibili nelle società complesse (e anche molti giochi ‘cattivi’) e la stessa possibilità di confrontarne l’efficacia, per i fini che ciascuno di noi si propone, deriva proprio dall’eventualità che molti di questi giochi possano essere positivamente giocati.
In questi giochi voglio pensare che possa avere un posto rilevante l’idea di attivismo, di militanza, di volontariato che Marco Revelli ha definito con queste parole, che mi piace assumere come conclusione provvisoria di questo scritto: «L’informalità del volontariato rinvia alla messa in campo dei sentimenti, di ciò che non è numerabile (riducibile a quantità) né calcolabile (il valore di un gesto di amore o di solidarietà è infinito). È all’antitesi della razionalità calcolistica dell’economia, e anche alle geometrie del potere della politica. Tratta l’altro come un soggetto irriducibile a ogni astrazione. Se ne prende cura con la logica ‘domestica’ del ‘maternato’, non con quella ‘tecnica’ della legge e del diritto. […] Il volontariato mira a ritessere relazioni tra prossimi. A rendere prossimo l’estraneo. A superare l’estraneità dell’altro, con la risorsa calda del rapporto di amicizia, non con le tecnologie fredde del potere e della norma» (Revelli, 2007, p. 70).
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1 «Le heedful interactions si verificano quando persone che si pensano come un collettivo e puntano a costruire azioni congiunte, accuratamente, criticamente e attentamente partecipano e rispondono ognuna alle azioni dell’altra. Quando le persone agiscono heedfully, le loro azioni convergono, si sostengono e si assistono reciprocamente, e insieme allo stato delle cose che queste azioni producono, formano un pattern emergente» (Schatzki, 2005, p. 480). Forse ‘attenzione’, ‘attento’ sono le traduzioni più adatte di heedfulness e heedful, per i nostri fini.
2 Utilizzo commonality al posto del troppo impegnativo community perché mi sembra indicare meglio il tipo di implicazione reciproca che si costruisce tra coloro che non appartengono a una stabile e per così dire ‘predefinita’ comunità organica, ma si mettono insieme, e coordinano le loro azioni, per il raggiungimento di un fine condiviso. Pizzorno propone di utilizzare il concetto di socialità, per indicare una modalità di relazione simile a quella accennata nel testo (Pizzorno, 2007, p. 17; Uhlaner, 1989).
3 Sono consapevole del fatto che in una visione del mondo come quella che Stefano Moroni ha sistematizzato nel suo ultimo libro (Moroni, 2006) questo accadimento possa sembrare profondamente ingiusto e illiberale: la casa concessa alla famiglia albanese sarà stata tolta a qualcuno che ne aveva diritto in base a qualche cieca norma generale. Non credo che sia così: le forme di ‘íngiustizia locale’ prodotte dal basso attivano infatti, attraverso il conflitto e l’emergenza di bisogni fino a quel momento invisibili, processi profondi di ristrutturazione sociale sulla base dei quali effettivamente più case per i poveri possono essere prodotte. Nel caso inoltre in cui sia un servizio ad essere ‘socialmente inventato’, attraverso l’offerta gratuita di se stessi, l’obiezione non avrebbe comunque fondamento. L’argomento è tuttavia consistente e troppo complesso perché possa essere risolto in una nota, e mi piacerebbe domani trovare il tempo – e avere la capacità – di tornarci sopra più distesamente.
4 L’importanza di tenere conto, nelle valutazioni ambientali, dei valori di esistenza (e dei non-use values) – e cioè del valore che alcuni beni ambientali possono avere per il solo fatto di esistere, indipendente dagli usi che ne possono essere fatti – può forse essere trasferita anche alle relazioni tra le persone: nei giochi di interazione sociale è possibile dire che le persone possono essere assunte come rilevanti (e possono quindi orientare le nostre scelte in una direzione o in un’altra) per la loro semplice esistenza nel mondo (Aldred, 1994). In fondo molte forme di aiuto (adozione a distanza, cooperazione decentrata), sono motivate dal desiderio che popoli, paesi, gruppi sociali, singole persone continuino ad esistere, anche se le loro traiettorie di vita non si incontreranno mai con le nostre. I valori di esistenza non avrebbero neppure bisogno di una economia della reciprocità per essere affermati.
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