Traduzioni

30 giugno 2008

29 giugno 2008

Un parere tecnico sullo smaltimento dei rifiuti

Data: 06/29/08 14:00:07
Oggetto: [SPAM][Fwd: FW: I: Un parere tecnico sullo smaltimento rifiuti. Grazie!]
Cara Susi e cara Consiglia è un pezzo che non ci sentiamo né vediamo.
Spero di incontrarvi presto. Vi giro come l'ho ricevuto questo parere
tecnico.Io non ne capisco hgran che. Valutatelo voi.
Anche a Roma la questione rifiuti è all'ordine del giorno. Buon lavoro.
Saluti cordiali.
Nino
Data: 06/28/08 18:44:16
Oggetto: FW: I: Un parere tecnico sullo smaltimento rifiuti. Grazie!
Data: 06/28/08 12:56:49
Oggetto: Un parere tecnico sullo smaltimento rifiuti. Grazie!

…………….In questi giorni è in corso una massiccia opera di disinformazione sui rifiuti di Napoli. Si cerca di far credere che ogni colpa ricada su chi non vuole discariche e inceneritori…………….

Ricevo e giro

Cari saluti

Claudio Giambelli


Da: ecologiapolitica@yahoogroups.com [mailto:ecologiapolitica@yahoogroups.com] Per conto di circolo.vegetariano@libero.it
Inviato: sabato 28 giugno 2008 9.58
Oggetto: [ecologiapolitica] Un parere tecnico sullo smaltimento rifiuti. Grazie!Cari amici, siccome si sa e non si sa quello che realmente sta succedendo in Campania circa i metodi corretti di smaltimento rifiuti, ho ritenuto opportuno divulgare questo testo di European Consumers del quale siamo sodali. In modo da far chiarezza e prospettare vere soluzioni "tecniche" al problema dello smaltimento RSU. Tenendo sempre presente -ovviamente- che il metodo migliore è quello dell'abbassamento della produzione stessa dei rifiuti urbani. E per questo vi rimando alle nostre precedenti lettere in cui inneggiamo ad una semplicità di vita....
Vi invio cari saluti e spero di trovare accoglienza!
Paolo D'Arpini
P.S. Ovviamente ciò che vale per i rifiuti della Campania è parimenti valido per quelli del Lazio.... (etc)
Altre notizie potete leggerle su:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/


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Un parere tecnico sul progetto Berlusconico di smaltimento rifiuti in Campania

Domenico Milesi, ingegnere.
www.europeanconsumers.it


Intervento dell'associazione European Consumers diretta dall'avvocato Vittorio Marinelli.
In questi giorni è in corso una massiccia opera di disinformazione sui rifiuti di Napoli. Si cerca di far credere che ogni colpa ricada su chi non vuole discariche e inceneritori.
Il sottoscritto dal 1988 al 2000 ha progettato, costruito, gestito, inventato, inceneritori, termovalorizzatori, discariche, impianti di pirolisi, impiant di fermentazione dei rifiuti, impianti di riciclo.
Ritengo quindi di poter aiutare i miei amici meno esperti a chiarirsi le idee. Semplificando, un ciclo corretto di gestione dei rifiuti civili ­ gli industriali sono un altro problema ­ deve avere le seguenti fasi:

* La raccolta differenziata di carta, plastica, alluminio e vetro che sono completamente riciclabili e sono oltre la metà dei rifiuti;
* La divisione del rifiuto indifferenziato residuo nella parte combustibile ma non riciclabile e nella parte fermentabile ­ la vecchia mondezza di verdure, pane vecchio, frutta marcia, et cetera e nella parte incombustibile
- rottami vari di ferro, rame, batterie, elettronica e altro;
* Il rifiuto indifferenziato combustibile può andare a un inceneritore;
* La parte fermentabile va fermentata o in discariche di fermentazione o in fermentatori;
* Le ceneri degli inceneritori vanno in discarica così come la parte non riciclabile ulteriormente.

Di tutte queste operazione quella più pericolosa per l¹ambiente è la discarica, che sembrerebbe la più semplice. Perché? perché la discarica produce un liquido schifoso e pieno di ogni genere di veleni che si insinua nelle fessure della roccia e va a inquinare le falde acquifere. Una volta
che una FALDA E¹ INQUINATA CI VOGLIONO DECENNI O SECOLI PER RIPULIRLA.

Per preparare una discarica ben fatta ci vuole un terreno particolare ­ poco poroso ­ e una preparazione accurata per impermeabilizzarla, un sistema di raccolta di questo liquido schifoso ­ IL PERCOLATO ­ e un impianto per trattare il percolato. Per fare bene una discarica ci vuole almeno un anno. Ma di tutto questo non c¹è traccia nel piano muscolare del Berlusconi.

Con l¹esercito e la prepotenza si vogliono imporre discariche primitive di cui la Campania pagherà il prezzo per decenni.

Cosa fare allora? A breve non c¹è altra scelta che mandare i treni in Germania o presso chiunque voglia selezione e bruciare la mondezza indifferenziata, pagando.
Entro sei mesi si può avviare la raccolta differenziata che può dimezzare la mondezza, quindi un paio di discariche da fermentazione ben fatte e quindi l¹inceneritore di Acerra per quello che avanza, tra due anni.

"L¹alternativa Berlusconica" è riempire tutti i buchi disponibili, avvelenare le acque della Campania e ritrovarsi il problema tra tre anni.
Perché lo fanno? Di questo parleremo un¹altra volta.

Domenico Milesi, ingegnere.
http://www.europeanconsumers.it/


28 giugno 2008

Gruppo di acquisto solidale: aggiornamenti

Alcuni aggiornamenti sulla questione del gruppo di acquisto solidale, dopo l’incontro che abbiamo fatto a Forno Vecchio con Massimo Lampa dei friarielli.

Il GAS ‘E friarielli” è parte della cooperativa di commercio equo e solidale ‘E pappaci”. I partecipanti al GAS sono in alcuni casi soci della cooperativa, ma sono anche esterni. Tra i partecipanti al GAS c’è chi si impegna in prima persona nell’organizzazione, e chi invece è solo acquirente.

Regole del GAS dal punto di vista economico. Per poter dare a chiunque la possibilità di partecipare come vuole, senza sentirsi né in colpa né sfruttato dagli altri, il gruppo ha stabilito la seguente regola: i partecipanti pagano con diverse percentuali di maggiorazione a seconda del loro impegno nella faccenda:

- 5% per le persone disponibili a dare una mano operativamente nella gestione dell’acquisto

- 10% ai soci della cooperativa, che pur non partecipando attivamente alle attività relative all’acquisto specifico, sostengono comunque la cooperativa

- 20% agli esterni, che hanno comunque piacere ad avere prodotti di buona qualità, spesso biologici, sempre solidali.

Mi sono inserita nel gasettiello della bottega, e dal Cantiere Arcipelago Napoli ci sono anche Erminia Romano e Aldo Pappalepore, e adesso si è aggiunta Susi Veneziano.

Se ci sono altri interessati a partecipare, potremmo fare un gasettiello del Cantiere. Fatemelo sapere, perché stiamo valutando il numero di aderenti, e i bisogni potenziali, per darci un’organizzazione adeguata. L’obiettivo è partire a settembre con il fresco (ortofrutta)

Al momento abbiamo effettuato solo l’acquisto del parmigiano, a cui ho partecipato attivamente, e uno sporadico acquisto di prova di verdura per verificare la qualità del fornitore. C’è stata anche una call per olio e vino, per la quale io mi sono fatta una passeggiata in Cilento, e l’ho preso anche per gli altri.

Al momento il GAS funziona solo per acquisti di alimenti e bevande non deperibili facilmente. Anni fa c’era stata un’esperienza di acquisto di fresco (orto frutta), ma venuto meno il produttore, si era arenato il tutto, anche perchè la gestione è molto faticosa.

Tuttavia, visto che per una serie di vicende l’interesse per i GAS è aumentato, e ci sono molte persone che si stanno inserendo nel circuito, ci siamo incontrati per riprendere a ragionare sul fresco ortofrutta, anche perché riteniamo il GAS si animi più facilmente se c’è la continuità dell’incontro e degli acquisti legati al fresco.

Alcuni membri storici avevano da tempo iniziato a censire possibili nuovi fornitori, per cui ci siamo incontrati per discutere delle varie opzioni e dei fornitori possibili.

Abbiamo avuto un incontro con un fornitore di Francolise (Capua), che ci rifornirebbe di ortaggi freschi, fagioli, conserve di pomodoro, carne (vitello, maiale, pollo, coniglio), uova. E potrebbe procurare tramite aziende vicine frutta e pane.

Presto incontreremo anche Fuori di Zucca, di una cooperativa sociale di Aversa (coop. di GESCO) che pure stanno partendo con la produzione di ortaggi.

Questi sono i primi due fornitori con cui stiamo partendo per vedere come va. Sono piccoli, per cui i gasettielli verranno ripartiti tra i 2 fornitori.

Finora ci stiamo muovendo in maniera un po’ improvvisata. A volte abbiamo creato casini dal punto di vista organizzativo, soprattutto alla bottega che di fatto è il riferimento logistico attuale.

Sicuramente la macchina organizzativa va messa a punto. Questa forma di economia si basa sulla fiducia, richiede disponibilità di tempo e manovalanza spicciola, e si arena in mancanza di profondo rispetto reciproco.

Tutto questo ha però attivato una serie di eventi a catena, come sempre avviene quando le persone, che condividono un’idea forte, si incontrano. In questo caso l’elemento di aggregazione è l’economia solidale.

Ad esempio, nella riunione tra i gasettielli, Aldo Pappalepore ha portato il volantino della marcia Acerra-Napoli, e il Gas ha aderito. Varie persone tra Gas e bottega hanno partecipato.

È venuta fuori anche l’iniziativa del Comitato spazi pubblici, per cui sia la cooperativa che il Gas hanno aderito alla manifestazione, e sabato 28 giugno a Scampia, alla gara culinaria, sarà presente la bottega con un proprio banchetto.

Massimo ed io siamo andati poi in Regione Campania, al Se.SIRCA, e ci siamo fatti 4 chiacchiere con Assunta di Mauro (mia amica), Nello Lalla (funzionario referente per l’agricoltura biologica) e Maria Rosaria Ingemito (funzionario referente per l’agricoltura a lotta integrata,) che sta effettuando anche delle ricerche sullo stato dei suoli in Campania. Scopo dell’incontro è creare una connessione tra le nostre iniziative dal basso e la funzione istituzionale della regione sia di promozione delle imprese locali che di controllo e vigilanza. L’incontro è stato interessante, abbiamo recuperato nominativi di imprese di prodotti biologici locali. C’è anche la disponibilità ad ulteriori momenti di incontro e alla partecipazione a tavoli di lavoro tecnici di approfondimento su: economia solidale, filiere corte, prodotti biologici.

La sperimentazione nella II municipalità è realizzata su progetto della Regione, proprio dall’ufficio di Nello Lalla.

Questa esperienza mi sta confermando quanto ho avuto modo di dire in altre occasioni nel Cantiere: ritengo che c’è un grande bisogno di fatti e azioni, piuttosto che di parole e dichiarazioni di intenti.

Spesso, anche in questa fase di forte spinta dal basso per aggregarsi intorno a proposte comuni, se le proposte sono parole, rimangono vaghe.

Faccio un esempio che in questi giorni mi ha colpito.

Se mi avessero chiesto di promuovere un’iniziativa per facilitare la mobilità dei turisti a Napoli, sicuramente avrei pensato “che bella cosa!”, e avrei approfondito. Come me, forse molti altri, magari i mille e più che in molti agogniamo quando organizziamo iniziative. Ci dispiace sempre molto se ci ritroviamo in 4 gatti.

Strada facendo però avrei scoperto che l’obiettivo finale di quella iniziativa avrebbe portato alla creazione di un nuovo servizio, un bus turistico, chiamato Vulcano Buono, per portare i turisti napoletani al centro commerciale di Nola! E questa iniziativa non mi piace, per molti motivi, e mai darei il mio appoggio.

Allora, voglio provare a invertire il processo.

Da un lato perlustro le occasioni che mi sono date, qui e ora, di partecipare a cose di cui condivido l’obiettivo, l’azione specifica e la modalità di realizzazione, e aderisco operativamente. Mi preoccupo dopo, forse, di verificare eventuali etichette e cappelli. E questo per le proposte che vengono dagli altri.

Per quello che propongo io, parto dal definire un obiettivo, specifico e dettagliato, che voglio raggiungere, e intorno a quello inizio ad agire e a raccogliere consensi. Sicuramente alla partenza sarò sola o in 4 gatti, ma se l’idea è buona, si allarga.

Giovanna D'Alonzo

24 giugno 2008

Pianta di una casa: Il Salotto

Il culto della triade: un divano al centro e due poltrone, un quadro grande e due piccoli ai lati, due calamai sul vassoio d'argento e al centro il portapenne... Una pomposa simmetria bilaterale da varie generazioni tracciava lo schema del Salotto, celebrando i riti dell'ordine; e la concezione che presiedeva a quell'ordine intendeva rappresentare, anche se solo salottieramente, la posizione al centro dell'universo, non dell'Uomo, ma della Famiglia.
Tanto che gli eredi si potevano classificare in coloro che consapevolmente aveano continuato a tributare il culto a quella salottiera Triade, in coloro che solo inconsciamente l'avevano rispettata come un'inveterata abitudine o che avevano tentato ibride ribellioni, sempre salottiere, e in chi, infine, per una qualche ventata di mutamento aveva iconoclasticamente profanato i simulacri del numero, minando alle sue stesse radici l'Ente Salotto, e l'Ordine quindi, e la Famiglia; mancava allora nelle loro case la materna accoglienza del divano-poltrone (grembo e braccia).
Negli infanti e fanciulli seduti in queli Salotti, niente, nè scuole nè disgressioni nè ragionamenti, contribuiva tanto quanto lo stare in quegli ambienti, così seduti, a sviluppare la facoltà di astrazione (indeterminata) e una concezione idealistica del mondo. Perchè le sedie normali, tanto tormentate, sforacchiate se di vimini, frugate e scucite se tapezzate di stoffa, macchiate, scalfite, incise, graffiate, sono sedie; mentre le sedie del Salotto erano idee di sedie; e anche i quadri, che poiché posti in alto solo si contemplano, ivi erano, data la costante penombra che vi regnava a non sciuparli, idee di quadri. E ogni oggetto era idea di se stesso; e il bambino, pensoso di tanto mistero, si consolava osservando, quando poteva, sul suo dito la traccia della polvere o il solco che il suo dito aveva lasciato su di un piano, placandosi così la sua ansia di concreto.
Un salotto del genere poi dovrebbe essere chiuso a troppe quotidiane profanazioni - mai dovrebbe un bambino lasciarvi una crosta di pane sull'orlo della console, né il ragazzo col carboncino tracciare un ghirigoro sulla parete o un doppio vu rovesciato, nè la figlia tredicenne isolarvisi col suo quaderno e i suoi struggimenti; ma soprattutto dovrebbe essere fisso e stabile, sempre nello stesso luogo, nella stessa casa, possibilmente con le stesse persone.
Il Salotto invece, date le ristrettezze finanziarie e varie altre vicissitudini, veniva vontinuamente profanato, ma soprattutto continuamente si spostava, non solo nello spazio, ma anche nel tempo; per qualche anno ad esempio spariva inghiottito da uno scantinato, e lì rimaneva in agguato, pronto a ghermire vari metri quadrati di un nuovo appartemento. E lo si poteva vedere smembrarsi sulle spalle di giganteschi facchini (o di quegli altri piccolissimi e magri, tutti nervi e lucidi occhi prezzanti), ondeggiare per le scale, sostare nell'androne del palazzo; e zie o altre figure familiari, convocate per la circostanza restavano in quell'androne a sorvegliare il trasloco, sedute, non abbandonate ma vigili, su qualche poltrona divelta al suo ordine, avvolta in giornali e panni, mentre in terra si agitavano mossi dal vento - perchè il tempo spesso non era propizio ai traslochi e, proprio quando si cominciava a caricare si mutava in maltempo - batuffoli di paglia o pallottole di giornale (quelle carte di giornale ammorbidite da molteplici avvolgimenti di bicchieri da cognac, saliere, piatti cinesi, bottiglie ungheresi, putti di capodimonte; e qua un "Figaro 1950" là un "Franc Tireur del Alpes" 1948, là un cardinale Midszenty senza testa, là infine una busta con francobolli di Haiti contenente piccole chiavi, che si sarebbero dichiarate "scomparse nel trasloco del 19... da via... a via...).
E li si vedeva poi, quei mobili e suppellettili, anzi bibelots, ricollocarsi, come niente fosse stato, in una nuova stanza; e, ormai adolescente, la Figlia dolorosamente rilevava come lo spazio destinato alla Rappresentanza inghiottisse quello destinato a lei - ché aspirava con passione ad una sua stanzetta.
Il Salotto non aveva né spessore né aria, nonostante volesse imitare l'una e l'altra. Si intende lo spessore della mobilia di quelle famiglie di laboriosi professionisti calabresi o soltanto fraschesi, che si trapiantavano ad Althenopis dopo studiosi e dignitosi stenti giurisprudenziali o carducciani - mobilia acquistata con piccoli risparmi e qualche dono in denaro di più facoltosi stretti parenti dopo lunghi e appassionati fidanzamenti, che faceva da cornice al manolite monogamico e agli allietanti figli e dopo trenta-quarant'anni, all'incalzare delle malattie e delle morti. E si intende l'aria, l'ariosità di certi signorili soggiorni (non più propriamente allora salotti) che certe signore delle Isole del Golfo althenopeo si erano arredati negli anni ruggenti (da noi solo belanti) tra oggetti moderni e altri testimonianti la "mentalité primitive", che non solo come nostalgia è anche negli uomini delle società civili; cornice ad amori senza matrimoni, a dischi jazz, a libri di Gide o di Tagore, a ritratti di ventenni bellissimi, e uno di loro sarebbe diventato famoso e un altro invece sarebbe morto giovane.
Ed era invece un ibrido, con l'imitazione di spessori appartenuti ad altri, ad esempio, a sacrestie spagnole, mas provenzali, dimore di avi professionisti e possidenti da generazioni. E un'aria che non era una festa, una libertà dello spirito, ma un vacuum, un vuoto ossequio a certe mode del !° Dopoguerra, per cui qualche oggetto o ricamo contadino acquistava un aspetto tronfio, da casa dei nobili o borghesi che li governavano. Non mancavano i mobili e i bibelots in "stile" - Luigi XVI o Impero -, ma ammucchiati gli uni accanto agli altri, in un bric.à-brac di ostinato decoro, sradicati non solo dai loro nessi culturali ma anche dalle loro funzioniu, - seppure ne avevano avute -, perché quello che contava era il loro essere in "stile", a rappresentare non tanto la Famiglia qual.'era, ma i suoi fasti passati, e quelloi a venire, sicché il Salotto valeva come ammonimento ai figli della necessità di affermarsi socialmente e di uscire dalle ristrettezze del tempo della Vedovanza.
Di trasloco in trasloco il Salotto diventava sempre più l'ombra di se stesso, avendo perduto non solo la funzione che aveva per le passate generazioni, ma anche ormai quelle di monito ai figli, avendo questi ultimi in vari modi tradito la Famiglia; e sempre di più rivestiva un carattere di perdurante ostinatezza, di nevrotica coazione a ripetere il suo antico momento vitale; era - ed erano invece Purgatorio il bagno e Paradiso il proprio angolo o stanza , ricavati in qualche sgabuzzino - l'Inferno della casa, se inferno è polverosa noia e incomunicabilità con gli altri, perché primum inferno era quando la porta era chiusa e chiuse le imposte per non sciuparlo, e secundum vieppiù lo era quando "ci si riuniva" per il caffè dopo il pranzo in compagnia di qualche parente; o la sera di Capodanno, quando un figlio pietoso stappava lo champagne con la madre fingendo letizia e imitando ambedue negli occhi e nel sorriso le luci del lampadario tutto accesso per l'occasione e quelle delle altre case dirimpetto, dove in altri salotti si celebravano riti forse più felici.
Vi regnava negli ultimi anni, quelli della Solitudine, ostinato e freddamente diciso a perpetuare la salottiera entità, il volto sempre più diafano della Madre; chini gli occhi sul ventaglio di carte del solitario; o sporgenti per l'ira sempre più rara nel volto congestionato dall'alta pressione; o lontanissimi, gli occhi, e vaghi, di un tenero celeste nel volto tremante, chini sull'azzardo del solitario di Napoleone; e inconsulto, come i movimenti dei lattanti, il gesto con cui disponeva le carte.

Fabrizia Ramondino, Althenopis, Eunaudi 1981.

20 giugno 2008

L'eccezione è la regola

La Repubblica 14 giugno 2008

L'eccezione è la regola
di GIUSEPPE D'AVANZO

Berlusconi è intenzionato a dimostrare che - per governare la crisi italiana, come vuole che noi l'immaginiamo - è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l'ordine giuridico dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Così critica, oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in vigore. Con il "decreto sicurezza" (alla voce immigrati) e con il "decreto Napoli", è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in uno "stato di eccezione". Ha deciso di esercitare il suo potere secondo un tecnica che gli impone di creare - volontariamente e in modo artefatto - una necessità dopo l'altra, giorno dopo giorno, quale che siano le priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il Cavaliere. Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato l'assoluta necessità di ridimensionare l'azione dei giudici; di limitare il diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l'esibizione, la forza, le armi dell'Esercito. E' finora il caso più emblematico ed esplicito di quel che abbiamo definito la "militarizzazione della politica". Non è mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all'ordine pubblico o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino, all'aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa Nostra di Totò Riina. In quell'occasione, l'Esercito si limitò a proteggere, con "posti fissi", gli edifici pubblici e i luoghi "sensibili" liberando dall'impegno non investigativo le forze di polizia. La decisione del governo di "parificare" 2.500 soldati "agli agenti di pubblica sicurezza" con "compiti di pattugliamento e perlustrazione" delle città inaugura una nuova, inedita stagione. Evocando ragioni (necessità) di "ordine pubblico" e "sicurezza" avvicina, sovrappone il diritto alla violenza. Assegnata all'Esercito, altera il suo segno la funzione amministrativa della polizia, chiamata a rendere esecutivo il diritto. Quella funzione e presenza si fa intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non credono "democratico" che il governo sostenga le sue decisioni con la violenza.
Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque dissenta sia considerato un "criminale" perché avversario di una "decisione assoluta" che sola può assicurare la "governabilità" e l'uscita dalla crisi? Non è questa l'idea politica, il paradigma di governo, addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche contro la magistratura limitando l'uso delle intercettazioni o contro l'informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto di "un ascolto"? Magistratura e informazione, i due ordini che, in un'equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e degenerati del declino da affrontare. "Nemici", perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l'urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E' stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento, dissemina l'iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi, legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l'indagato è un vescovo bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un altro Stato). Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy. I corifei del sovrano diffondono numeri farlocchi sul passato, mai spiegano perché non chiudono le falle nella rete dei gestori di telefonia, venute alle luce con l'affare Telecom. Né svelano all'opinione pubblica come e se daranno mai conto dell'uso delle "intercettazioni preventive" che oggi, al di fuori del processo penale e di ogni tipo di controllo giurisdizionale, possono essere effettuate dalle polizie e, dal 2005, anche dai servizi segreti su delega del presidente del Consiglio con l'autorizzazione del procuratore presso la Corte d'Appello. Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa soltanto la sua privacy e la sua immagine, l'annullamento di un paio di conversazioni con Agostino Saccà, l'oblio di altre in cui di lui si parla. Intende creare una sorta di "diritto positivo della crisi" che impone al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi, intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle possibili, gravi penitenze economiche. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie.

11 giugno 2008

Intellettuali e debolezze della politica

Ritorna ciclicamente la discussione sulla borghesia napoletana. La solita discussione sulle “mancanze” (mancanze meridionali, ma anche mancanze italiane) ancora più assurda in epoca post-industriale e post-moderna. A Napoli mancherebbe una vera borghesia. Che cos’è la borghesia “sana”? I finanzieri rampanti di Roma e Milano? I vecchi industriali? Gli imprenditori che smistano i rifiuti tossici?
Oggi più che mai la categoria non è adeguata a interpretare una realtà storica che vede trasformare completamente i vecchi assetti sociali in un rapporto inscindibile con i processi di globalizzazione. A milioni hanno letto e glorificato il libro di Saviano, Gomorra, ma sembra che quasi nessuno ne abbia colto uno degli aspetti più importanti: la descrizione del rapporto funzionale tra i gruppi camorristi e gli imprenditori settentrionali, per i rifiuti nocivi, per lo sfruttamento del lavoro nero… È una borghesia sana quella? Un discorso analogo si può fare per quel che riguarda il discorso sugli intellettuali. “Gli intellettuali non protestano”. Curioso che il concetto di intellettuale come coscienza critica, tipicamente marxista, venga portato avanti da studiosi molto lontani da quell’ideologia. Ma, a parte ciò, ci sono stati parecchi “intellettuali” che hanno protestato, studiato, proposto…
Il fatto è che a discettare sulle pagine più importanti dei giornali nazionali e nei salotti televisivi ci sono poi sempre studiosi e opinionisti che leggono la realtà napoletana attraverso informazioni di seconda mano e stereotipi radicati. E questo vale anche per i napoletani che da lungo tempo non vivono in città. Umilmente ricordo che anch’io ho scritto un lungo articolo di analisi del ciclo vizioso dei rifiuti campani (Il Mulino, n.1, 2008). Sono storica e occuparmi di spazzatura non è il mio mestiere, ma mi sono impegnata a studiare il caso attraverso la copiosa documentazione che copre tutto il periodo dell’emergenza.
Mi sono così accorta che il dibattito sul tema non si sviluppa quasi mai a partire da informazioni esatte, da dati concreti. Invece, si svolge sempre in termini ideologici (sia che sia di destra che di sinistra) è un dibattito capzioso. Oggi, ad esempio, al centro dell’attenzione ci sono soltanto le popolazioni e le loro proteste. Le popolazioni sono diventate le vere colpevoli di tutto, il famoso partito dei no. Le responsabilità accertate da migliaia di pagine di inchieste parlamentari, approfondite dalla magistratura sono svanite nel nulla: una gara fatta male, un’impresa nazionale che ha costruito un prodotto pessimo (ed è incriminata per questo per “truffa allo Stato”) un’amministrazione locale che non solo si è mostrata inerte, ma ha sprecato danaro pubblico in quantità scandalosa e in tanti anni non ha avviato una raccolta differenziata seria, ha saputo solo fare discariche e colmarle ben oltre i limiti consentiti da una legge che dovrebbe tutelare la salute dei cittadini. Perché le popolazioni dovrebbero fidarsi? Chi assicura che tutto non verrà fatto come nel recentissimo passato, che una discarica aperta ora non durerà per decine di anni, non si riempirà di spazzatura non trattata, di percolato?
Non si vedono segnali positivi di cambiamento. Si parla solo di discariche e di educazione dei cittadini, educazione nelle scuole. Intanto prima di tutto dovrebbero essere educati gli amministratori. L’educazione, inoltre, non è una disciplina astratta, ma si alimenta con comportamenti pratici, favoriti da soluzioni concrete e applicate con rigore. Il contrario di quello che avviene regolarmente a Napoli: gli esempi sono sotto gli occhi di tutti.
C’è in città in questo momento un tale sconforto, un così grande sentimento di umiliazione, che, se si desse ai cittadini la possibilità di fare una vera e durissima raccolta differenziata, sicuramente vi si impegnerebbero con energia. Ma gli amministratori sono spariti dietro ai diktat del governo, si sono adeguati, zitti su tutto per difendere se stessi. L’incriminazione delle popolazioni fa passare sotto silenzio le loro colpe. È qui, non in una mitica borghesia né in un’altrettanto mitica società civile, che si situa la debolezza del sistema campano. La politica è, in Campania, un sistema chiuso, autoreferenziale. Un gruppo di “apparatchicki” che girano da un posto di comando a un altro. Persone che hanno fatto disastri in un’istituzione vengono promossi alla direzione di un’altra. Si ha l’impressione netta che il filtro attraverso cui vengono selezionati i politici sia del tutto negativo: passano i peggiori. I migliori, perché liberi di testa, non allineati, vengono esclusi. E le liste campane delle ultime elezioni sono stata un’ulteriore prova dell’impossibilità di cambiare qualcosa.
Ci troviamo di fronte a una classe politica del tutto delegittimata a livello locale come a livello nazionale, ma ostinatamente attaccata al potere conquistato, tanto da accettare di adeguarsi e celarsi dietro ai diktat autoritari del nuovo governo. Da un canto, quindi, una classe politica che non ha più credibilità e legittimità per agire, se mai lo volesse, dall’altro i nuovi governanti che usano una procedura autoritaria e antidemocratica. Altro che protestare! Sembra che non ci siano più possibilità di “voice”, per usare la famosa espressione di Hirschman che stava a indicare gli spazi per una protesta democratica che venisse ascoltata, ma che l’unica possibilità sia per chi può l’ “exit”, cioè andarsene, che è, purtroppo, quello che stanno facendo tutti i giovani più intraprendenti. Viene voglia di stare zitti, di scegliere un doloroso e appartato silenzio.

Gabriella Gribaudi (Il Mattino, 8 giugno 2008)

10 giugno 2008

la cultura (e l’economia) della spazzatura

Repubblica 10 giugno 2008

La shock economy dei rifiuti
di Guido Viale





Nel libro Shock Economy Naomi Klein interpreta con uno schema unitario molte vicende degli ultimi decenni: disastri, di origine naturale o indotti da interventi politico-militari o da misure economiche offrono l´occasione per azzerare gran parte della normativa vigente – a partire dai fondamenti costituzionali – in nome dell´”emergenza”; per esautorare istituzioni previste dall’ordinamento giuridico; per consegnarne le funzioni a una o più imprese private, che le gestiscono con risorse pubbliche e tariffe di favore in contesti di totale deregolamentazione, perpetuando le condizioni dell´emergenza e aggravando il disastro. L´emergenza campana inizia negli stessi anni a cui la Klein fa risalire l´avvio di questo processo: prima il colera; poi il terremoto; infine, quando cessano di operare i disastri naturali, l´emergenza rifiuti: altrettante occasioni per derogare alle norme sulla gestione del territorio e consegnarlo alla fine nelle mani di un Commissario straordinario e, attraverso questo, di un´impresa privata: la Fibe. Alla quale è stato affidato, con una gara di cui è accertata l´irregolarità, la gestione di tutta la parte lucrativa del ciclo dei rifiuti - smaltimento finale e trattamento intermedio, cioè discariche, inceneritori e i cosiddetti Cdr - ivi compresa la funzione eminentemente pubblica di decidere dove fare gli impianti. Se la Campania si trova oggi in una situazione così drammatica è perché, in attesa degli inceneritori (prima 24, poi 13, poi 3, poi solo uno, poi di nuovo 3 e ora 4) che avrebbero dovuto bruciare tutto, non si è mai avviata – con poche eccezioni – la raccolta differenziata e si sono intasati i Cdr, che avrebbero dovuto separare il rifiuto residuo in “secco” e “umido”, per bruciare negli inceneritori solo il primo. Che bisogno c´era mai di separare tante frazioni se poi si poteva bruciare tutto, guadagnando per ogni tonnellata avviata all´impianto e per ogni kWh prodotto, grazie agli incentivi (CIP6) che solo l´Italia eroga a beneficio dell´incenerimento? Non solo: le ecoballe uscite dai Cdr si sono accumulate a milioni di tonnellate (7 o otto), perché il progetto della Fibe, che doveva essere realizzato in 300 giorni, non è mai entrato in funzione – e forse non ci entrerà mai – non certo per il fatidico “no” di ambientalisti, che, dopo l´apertura del cantiere, non hanno più contato nulla; ma per difetti di progettazione.

Ma una responsabilità la popolazione della Campania ce l´ha – si dice – perché ha votato le amministrazioni responsabili del disastro. Ma è il sistema che è bloccato. Commissariamento e trasferimento della gestione di rifiuti e territorio alla Fibe lo aveva combinato la Giunta Rastrelli di centrodestra. I campani l´avevano sfiduciata eleggendo la giunta Bassolino di centrosinistra che, invece di invertire rotta, la ha confermata. Tutti i presidenti della Regione (3) i prefetti (4) che si sono succeduti in quel ruolo, alternandosi (2 volte) con il capo della Protezione civile, sono stati nominati o confermati tanto dai governi di destra (Berlusconi 1, 2, 3 e 4) che da quelli di sinistra (Prodi, D´Alema, Amato e di nuovo Prodi). A ogni cambio di cavallo le deroghe alla legislazione ordinaria si sono ampliate, il caos normativo, istituzionale e organizzativo si è approfondito, l´accumulo di rifiuti per strada e il degrado del territorio sono aumentati. Commissario dopo commissario, governo dopo governo, sono state confermate le deroghe alla normativa e l´inceneritore come unica soluzione per salvare la Campania dal disastro che essi stessi avevano provocato. E ovviamente, in un contesto di deregolamentazione e illegalità diffusa, documentata anche dalle recenti intercettazioni, la camorra, già largamente presente sul territorio, ha aumentato la sua presa. L´ultimo decreto del governo, abolisce di fatto in Campania l´intera normativa su gestione del territorio, difesa dell´ambiente, tutela delle acque, salvaguardia della salute, sicurezza sul lavoro e persino fondamentali garanzie della procedura penale; decreta la realizzazione di 11 discariche e 4 inceneritori ammessi al trattamento di quasi ogni tipo di rifiuti, con il rischio di perpetuare – questa volta in modo “autorizzato” – il ruolo della regione di attrattore dei rifiuti tossici di tutto il Paese. Si stabiliscono anche, è vero, obiettivi ambiziosi di raccolta differenziata. Ma se verranno raggiunti, lasceranno inutilizzata metà della capacità degli inceneritori previsti: a disposizione per bruciare le ecoballe e altri rifiuti tossici da fuori regione (sempre fruendo degli incentivi CIP6 aboliti altrove). Stupisce che persone che ritengono improponibile rendere obbligatorio bere l´acqua del rubinetto o bloccare la vendita di imballaggi superflui e di prodotti usa e getta – cosa che dimezzerebbe il volume dei rifiuti per strada – approvi poi misure che intaccano i fondamenti della costituzione.

Alcuni di questi provvedimenti rischiano di stringere ancor più le popolazioni campane in una gabbia di ferro. Ma oggi, forse, ci sono le forze per invertire rotta: rappresentanze di categoria, associazioni del volontariato, comitati spontanei, diversi Comuni e molte parrocchie organizzano e coinvolgono migliaia di imprese, di famiglie e di lavoratori che vogliono fare raccolta differenziata, riduzione degli imballaggi e compostaggio (e che spesso li fanno con il “fai da te”). Certamente non era così tempo fa; ma dieci anni di vita infernale hanno insegnato molte cose a tutti. C´è nel territorio un livello di conoscenze, anche tecniche, sul ciclo dei rifiuti, che non esiste in nessuna altra regione italiana: sarà una risorsa straordinaria il giorno che ci si deciderà a usarla. Si dirà che questa rischia di essere l´ennesima riproposizione di quel “no” che ha gettato la Campania nel caos per un rifiuto pregiudiziale e ideologico dell´incenerimento, che invece funziona così bene all´estero. Ebbene, da qualche tempo i rifiuti che la Campania esporta in Germania, invece di essere bruciati, vengono sottoposti a trattamento meccanico-biologico, separando il secco dall´umido, stabilizzando quest´ultimo per opere ambientali e recuperando dalla frazione secca materiali sempre più preziosi da vendere e riciclare. Che sia questa, la modernità?

8 giugno 2008

E Pappeci – Bottega del Mondo coop. sociale

Frame1


Dicette ‘o pappece ‘nfaccia a noce:

damme tempo ca te spertoso:



Siamo quello che mangiamo” diceva nell’800 il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach.

Questo “convincimento” ridiventa oggi tragicamente attuale sia in termini culturali che salutari.

Sulle nostre tavole sono presenti prodotti che hanno superato le tradizionali barriere spazio-temporali. Agli ormai “tradizionali” prodotti coloniali (tè, caffé, cacao …) offertici dalla “scoperta” dell’America e dalla prima rivoluzione industriale, si sono affiancati nuovi prodotti che ci consentono di consumare primizie ormai separate dai vecchi limiti temporali: la parmigiana di melanzane che mangiamo a gennaio è uguale a quella di agosto, almeno così sembra se ci limitiamo ad esaminare il bancone di un ortolano o di un supermercato.

Queste novità, ormai entrate profondamente a far parte dei nostri stili di vita, sono una conquista ? sono il frutto di una libera scelta attraverso la quale manifestiamo consapevolmente l’esistenza di un rapporto profondamente materiale ed animale con l’ambiente nel quale viviamo, come affermava Feuerbach, o è piuttosto la conseguenza di una visione economicistica che ci ha convinto a guardare alla natura come ad un contenitore dal quale far scaturire, a qualsiasi costo, tutto quello che può essere rappresentato sotto forma di merce ?

La questione si fa complessa perché coinvolge convincimenti etici e politici difficilmente conciliabili.

Se però cambiamo punto di osservazione, forse, le cose si semplificano.

Proviamo a vedere cosa c’è “dietro” una busta di carote grattugiate ed imbustate comprate al supermercato:

  • costano circa otto euro al chilo

  • per confezionarle serve un po’ di petrolio, una spruzzata di zolfo, una di monossido di carbonio e 2 chili e mezzo di CO2

  • è necessario un bancone frigorifero per conservare le buste in attesa dell’acquisto

  • per far funzionare la fabbrica che imbusta le carote dobbiamo calcolare i costi di estrazione del petrolio, il trasporto in raffineria, le varie lavorazioni in fabbriche diverse e ad ogni fase un nuovo trasporto

  • E poi la plastica che avvolge le carote diventa subito un rifiuto e bisogna smaltirla …

  • quasi sicuramente insieme ad una certa quantità di carote che hanno superato il tempo consentito per la permanenza nel bancone.

  • Il contadino riceve per quelle carote 22 centesimi di euro al chilo e …

  • detratte le spese gli restano sui 7 centesimi di euro al chilo

Tutto ciò ha un senso ?

Si consuma un prodotto manipolato chimicamente e dal sapore indefinito, uguale a Napoli, Londra, Nairobi, New York …

Si paga un prezzo spropositato

Si inquina l’ambiente con rifiuti spesso non riciclabili

Si contribuisce al riscaldamento dell’atmosfera

L’unico vantaggio apparente è quello di risparmiare tempo nel grattugiare le carote !

Se, poi, moltiplichiamo questo singolo “racconto” per le tonnellate e tonnellate di merci che viaggiano in giro per il mondo, alla fine ci rendiamo conto quanto che, forse, il meccanismo che abbiamo messo in piedi è assurdo e schizofrenico.


Da un po’ di tempo (per la precisione dal 1994) ci sono persone che hanno deciso di non voler più sottostare a questa idea di ambienteContenitore–produttoreDiMerci–cheMortificanoIlNosttroGusto-cheInquinanol’Ambiente–CiAvvelenano-eProduconoIngiustiziaSocialeEdEconomica.

Queste persone si sono riunite in gruppi (sono oggi più di 400) che hanno vari nomi ma che sono diventati famosi con un sigla, GAS, cioè Gruppo di Acquisto Solidale.

La novità di questi gruppi è che i vari soggetti che intervengono nello scambio economico di beni hanno deciso di usare il criterio della solidarietà come criterio base sia nelle relazioni tra le persone che con l’ambiente. Non si deve pensare che esso sia espressione di semplice “buonismo bucolico”; la solidarietà tra le persone consente

  • al produttore di spuntare per i propri prodotti prezzi superiori a quelli che il “mercato” impone “asetticamente” per il “bene di tutti”

  • al consumatore di accedere a prodotti di qualità, spesso legati al recupero di colture locali (in generale meno bisognose di interventi “curativi”), al cui prezzo è stata fatta la tara di tutte le intermediazioni inutili

  • all’ambiente di risparmiarsi un po’ di emissioni e rifiuti inutili (trasporti, serre, packaging, scarti)

Ma partecipare ad un GAS concretizza anche il bisogno di partecipare in maniera diretta alle scelte concrete che coinvolgono quotidianamente la nostra vita: la necessità di trovare e scegliere i produttori, costruire con loro relazioni reali, affrontare e risolvere i problemi organizzativi della raccolta e distribuzione dei prodotti, documentarsi sui prodotti e i relativi processi di produzione ed impatto ambientale richiedono che i membri del gruppo si incontrino per discutere, capire e trovare soluzioni. Ciò significa una riappropriazione del proprio tempo che caratterizza forme di partecipazione e di socializzazione in qualche maniera innovative perché anacronistiche con quelle correnti.


Insomma fare la spesa attraverso i GAS è cercare solo di risparmiare mangiando meglio o è un percorso che, attraverso la sperimentazione di nuovi stili di vita ed il consumo critico, prova ad interagire con il mondo circostante a partire da una famosa frase gandhiana “sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo” ?

Noi pensiamo che la qualità dei pensieri derivano dalla qualità dei cibi che assumiamo, per ritornare all’apertura del nostro scritto.


GAS ‘E friarielli

della cooperativa ‘E pappeci – bottega del Mondo



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E Pappeci–Bottega del mondo coop. sociale

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4 giugno 2008

Una piccola premessa. Le righe che seguono nascono di getto e un po’ di “pancia”, durante un viaggio in treno tra Napoli e Roma. Quando Porpora mi ha chiesto di scrivere un pezzo per il suo libro sul tema del rapporto tra transessualità e sistema dei servizi socio-sanitari, ho pensato fosse giusto provare a scrivere seguendo le emozioni e non tanto, invece, privilegiando un approccio teorico-professionale.

Troppo spesso, infatti, come operatori sociali cadiamo nell’errore di scivolare in eccessi di tecnicismo e di utilizzare, per il racconto delle nostre pratiche, un linguaggio comprensibile solo a noi stessi. Un mix micidiale che ci porta ad utilizzare strumenti freddi, completamente inadeguati per far conoscere esperienze che al contrario, il più delle volte, sono calde e anche un po’ “umide”.

Certo, il rischio è che quelli che seguono siano pensieri confusi e sicuramente incompleti, ma certamente hanno il pregio di essere sinceri e sentiti e, nello stesso tempo, di basarsi sull’esperienza diretta.

La prima volta che nell’ambito del mio lavoro mi è capitato di incontrare un gruppo di persone transessuali è stata circa 8 anni fa durante una visita al carcere di Poggioreale a Napoli. Avevo accompagnato due parlamentari per riuscire ad indagare, attraverso una visita a sorpresa, la condizione di detenzione dei detenuti con problemi di dipendenza da sostanze. Mentre raggiungevamo il reparto “tossicodipendenti”, per caso, sulle scale che portavano dal secondo al terzo piano, incontrammo una quindicina di trans, italiane e straniere, che, accompagnate da quattro guardie stavano scendendo in cortile per l’ora d’aria. Il direttore dell’istituto che, in modo asfissiante e stretto, non ci mollava un minuto, ci propose di incontrare anche quel “particolare” gruppo di detenute. Senza aspettare la nostra risposta, né tanto meno chiedere a loro se preferivano parlare con noi o accedere all’ora d’aria, ordino alle guardie di accompagnarci tutti nella stanza colloqui per poter svolgere l’incontro. Per inciso, continuo a pensare che quella semi-imposizione da parte del direttore, consentì allo stesso di far “nascondere” qualcosa nel reparto tossicodipendenti.

In ogni caso, appena ci accomodammo nella stanza colloqui, io e i due parlamentari da una parte del tavolo, le trans dall’altra, calò un gelido silenzio. Le nostre interlocutrici, alternavano sguardi diffidenti, segnali di fastidio e impazienza, commenti provocatori e un po’ di scherno. Imbarazzato più che mai e non sapendo cosa fare o dire, stavo per scusarmi e andarmene quando di colpo mi venne in mente un consiglio che Porpora mi aveva dato in una giornata di formazione sulla riduzione del danno e sul lavoro di strada: “…ricordati che noi trans siamo quasi sempre molto vanitose…a volte basta un complimento per avviare una relazione costruttiva”

Detto fatto e provo a buttarmi: “certo che anche in questo schifo di posto riuscite ad essere eleganti”. Come predetto da Porpora la situazione cambia. Cala la tensione e parte la comunicazione, prima con un interrogatorio sul perché e il come fossimo li, e poi con una denuncia seria, vera, a volte arrabbiata e sofferta, sui loro diritti negati, sulla durezza del loro stare in carcere, sul senso di isolamento e di prevaricazione che spesso vivevano. Una denuncia così netta, da mettere in difficoltà il direttore, che certo non si aspettava tanta sincerità al suo cospetto e a quello delle guardie.

Da allora con alcune di loro si è instaurata una relazione stabile, e grazie a questo incontro sono nati servizi come lo sportello in carcere, l’assistenza legale, le consulenze psicologiche, il lavoro di strada e la riduzione del danno, il supporto all’inserimento socio-lavorativo.

Sono partito da questo episodio perché mi pare che nel suo evolversi contenga alcuni presupposti, alcune indicazioni metodologiche che mi paiono essenziali per progettare e attivare servizi socio-sanitari rivolti alle persone transessuali.

In primis credo che le persone transessuali, con il loro modo di rapportarsi agli operatori, nei fatti interroghino i servizi sul loro livello di distanza con le persone a cui si rivolgono. Una distanza che si crea a volte per gli atteggiamenti “onnipotenti” degli operatori, a volte perché spesso capita che nelle emergenze quotidiane e nella precarietà che caratterizza molte situazioni, si ha pochissimo tempo da dedicare all’ascolto, o comunque non si è disponibili a rispettare fino in fondo i tempi e la maturazione della persona che ci sta di fronte

Allo stesso modo credo che più di altri, le trans chiedano ai servizi di non essere solo gli spazi dell’intervento specifico, della relazione tematica sul problema. Ma anche luoghi dove avere una relazione normale, sulle chiacchere quotidiane, sul piacere e la disponibilità di bersi un caffè o di fumarsi insieme una sicurezza. Insomma una richiesta ai servizi di essere luoghi accoglienti anche perché capaci di dedicare tempo al qui ed ora, anche se quel qui e ora non è finalizzato a “salvare” o recuperare qualcuno.

In qualche modo una richiesta che stravolge la tradizione dell’intervento sociale, che annulla la distanza tra operatore e utente perché ricostruisce parità proponendo una relazione sulle cose e gli eventi del nostro vivere quotidiano. Se parliamo della difficoltà di trovare casa, del fidanzato/a che ci ha lasciato, di quanto sono diventati cari i fruttivendoli l’operatore diventa persona uguale a all’altra con cui dialoga, senza più la distanza della professionalità o dell’essere dentro la cosiddetta “normalità”.

Quando scendo dall’unità mobile, o quando le incontro nelle riunioni in sede, con le loro provocazioni, con le loro risate, con le loro richieste precise e nette, le trans mi hanno insegnato la necessità di costruire processi di presa in carico che non possono essere costruiti esclusivamente sulla professionalità o sulla gestione, razionalmente equilibrata, dell’empatia e delle emozioni.

Certo non si può essere impreparati e sicuramente occorre essere professionali, ma parimenti occorre comprendere fino in fondo che non vi è relazione utile se ad essa vengono negati quegli spazi, quei livelli di banalità e piccolezza che in fondo caratterizzano ogni nostra relazione quotidiana.

Un’attenzione che non vale solo per i servizi rivolti alle persone transessuali. Sempre più spesso in strada, nei servizi di prossimità, in tanti altri luoghi dell’intervento sociale incontriamo persone che, se pur differenti tra loro e con diversi livelli di consapevolezza, ci chiedono con chiarezza di proporre spazi di relazione veri, capaci di non dar nulla per scontato, attenti a non offrire soluzioni preconfezionate ma proposte declinabili e adattabili ai percorsi di ciascuno. Di essere rispettosi non solo dei “tempi servizio” ma anche di quelli di cui hanno bisogno i destinatari per fidarsi, affidarsi, partecipare.

La partecipazione, appunto, è una seconda questione di fondamentale importanza nella definizione delle relazioni e degli interventi con le trans.

Se si vuole costruire attività utili, capaci di impattare e di modificare, si deve pensare alle persone transessuali come soggetti attivi, partecipanti in modo diretto, ai loro percorsi e alla stessa definizione dei servizi a loro rivolti. Certo anche qui senza accelerazioni, senza salti in avanti o approcci ideologici, ma nella consapevolezza che solo in una relazione tra pari, pur nel riconoscimento delle reciproche differenze, ruoli e possibilità, si possono costruire pratiche sociali innovative ed efficaci

Per questo, negli interventi, è importante prevedere l’inserimento e la formazione di operatori e operatrici alla pari. E, forse ancora di più, lavorare affinché si formino dei soggetti auto-organizzati di rappresentanza delle trans, da considerare come interlocutori privilegiati nel monitoraggio e nella valutazione dei servizi.

Una terza questione, riguarda la capacità degli operatori e delle operatrici di sospendere il giudizio, di non essere moralisti nell’offerta e nella costruzione delle relazioni. Non è cosa facile. Specialmente in un paese in cui nella tradizione dell’intervento sociale con l’incontro tra moralismi cattolici e quelli di sinistra (questi ultimi a volte più inspiegabili e insopportabili dei primi), si è creato un esercito di professionisti del sociale, convinti di essere un po’ salvatori e un po’ censori, di avere le tasche piene di verità da offrire agli “assistiti”, di essere capaci, sempre e comunque, di individuare e separare il bene dal male.

Con le trans, oltre che scorretti, tali atteggiamenti non sono possibili. Se fai il salvatore non ti sopportano. Se fai il buono ti prendono in giro. Se fai il duro rischi di prenderti una sberla. Quello che occorre provare a fare (almeno al momento del primo incontro o in servizi, come quelli di strada, dove non sono loro a venire da te ma tu ad andare da loro) è essere normali, chiari e consapevoli di quello che si può offrire, rivendicando e spiegando ciò che ti spinge a stare in quel luogo e in quella relazione, ma allo stesso tempo non nascondendo le debolezze e le impossibilità.

Sapendo che ha volte si può trovare situazioni in cui non si è graditi e quindi anche avendo il coraggio di “togliere il disturbo” anche se, magari, non si è riusciti a raccontare nemmeno un pezzettino del tuo servizio, dei suoi obiettivi e delle sue attività.

Un’ultima questione, che non emerge da quel primo incontro in carcere, ma da questi anni di lavoro con le persone transessuali e specialmente con quelle che si prostituiscono, è relativa al fatto che i servizi, se davvero vogliono rappresentare un’alternativa a percorsi e vissuti a potenziale rischio di devianza e marginalità, devono essere capaci di essere competitivi per quanto attiene le concrete possibilità di offrire emancipazione e autonomia e, quindi, di prevedere sostegni e accompagnamento al reinserimento lavorativo. In questo va detto con chiarezza che siamo in ritardo. Se è vero che il lavorare oggi, per tutti rappresenta spesso una condizione di difficile accesso, a volte impossibile da raggiungere, altre volte, se raggiunta, estremamente precaria e instabile, è altrettanto vero che spesso i servizi sociali e socio-sanitari poco investono nella costruzione di intrecci e co-progettazioni stabili con le politiche attive del lavoro. Una criticità che va affrontata e superata. Altrimenti il rischio da un lato è la perdita di credibilità dei servizi, d’altra parte è quello di creare aspettative che se deluse producono ricadute gravi e a volte impossibili da riavvicinare.

Molte delle cose che ho provato a dire sulla relazione tra persone transessuali e servizi possono essere tranquillamente esportate, come questioni aperte, in molti altri ambiti del lavoro sociale. Sempre più, nel nostro quotidiano, incontriamo domande nuove, a volte confuse, portatrici di bisogni multipli e complessi, a volte ancora più sofferte perché mascherate da un’apparente situazione di agio. Una complessità che obbliga, a loro volta, gli operatori e le operatrici ad interrogarsi in continuazione e con sincerità sul loro fare e sulla necessità di mantenere aperte la disponibilità all’ascolto e all’aggiornamento.

Pena il diventare, senza nemmeno accorgercene, funzionali ed utili ad un modello di città e di società sempre più escludente e cattivo con ogni forma di alterità, fragilità e differenza.





La foresta vergine

Raffaele La Capria, scrittore che per altro amo molto, chiede: ”Come si fa a non curarsi della gente, a buttarla nelle varie Scampie e favelas, a non creare occasioni di lavoro a una popolazione indigente, a tenerla in condizioni di vita peggiori di quelle in cui si trovano i rom nei loro campi, e poi pretendere la raccolta differenziata, la coscienza civica e tutto il resto. Non può il governo centrale abbandonare la gente così e poi colpevolizzarla. Chi semina vento si sa cosa raccoglie”.Ed ha ragione. Ma il suo interrogativo ne richiama altri: ma è solo il governo centrale a dover essere chiamato in causa, o devono esserlo anche i governi locali, la classe dirigente locale – ceto politico, ceto imprenditoriale, professionisti eccellenti, la stessa intellettualità napoletana, per non dire dell'alto clero? O sono vittime anche loro del governo centrale? Insomma noi napoletani – non tutti, certo, non gli indigenti, i senza potere, ma gli altri, quelli che almeno il potere della parola l'abbiamo – siamo esenti da ogni responsabilità? La Capria afferma ”che Anna Maria aveva individuato bene il punto dolente della questione napoletana, e l'occulta causa della sua irrisolvibilità. Solo che i colpevoli non eravamo noi, (un gruppo di ottimi scrittori, ndr) come lei semplificando mostrava di credere, ma era di quel mistero nascosto cui lei stessa aveva accennato”.Giusto. Ma questo mistero vogliamo provare a svelarlo e contrastarlo? Di esso lo stesso La Capria ha scritto in un romanzo indimenticabile, Ferito a morte, cinquant'anni fa, paragonandolo ad una foresta vergine che avvolgeva, macerava, distruggeva poco alla volta l'intera città. Dopo cinquant'anni la foresta vergine è ancora qui, continua a divorare, a soffocare la città. Per arrestarla nel suo implabile incedere, non possiamo continuare a prendercela solo con il governo centrale. Le radici sono anche qui in mezzo a noi. O la tagliamo noi o non lo farà alcuno

Nino Lisi







2 giugno 2008

Se la società civile scendesse in piazza

Corriere della Sera 1 giugno 2008
RIFIUTI E DISFATTA DEL SUD
Se la società civile scendesse in piazza
di Angelo Panebianco

Nel suo L'armonia perduta, del 1999, a proposito di quell'invenzione culturale che è stata la «napoletanità», Raffaele La Capria scrive che essa «... fu l'approdo inevitabile di questa piccola borghesia che rinunciava a priori, per risolvere il problema della plebe, a ogni vero tentativo di trasformazione sociale. Che rifiutava a priori ogni tentativo di industrializzazione, in quanto comportava rischi e richiedeva investimenti, capacità imprenditoriali, cultura, proprie di una classe dirigente moderna e di una borghesia degna di questo nome».

Assillata dall'esigenza di controllare la plebe, la borghesia napoletana, per La Capria, diede vita a una forma di civiltà duttile e raffinata ma immobile, impermeabile alle esigenze della modernità.
L'ambivalente sentimento dello scrittore nei confronti della borghesia della sua città ritorna oggi negli interventi che egli dedica all'emergenza napoletana. Lo si coglie anche nelle riflessioni pubblicate ieri sul Corriere. Quell'ambivalenza dà luogo, mi sembra, a oscillazioni nel giudizio. C'è una differenza fra la prima parte, dove risponde a Ernesto Galli della Loggia, e la seconda dove esamina criticamente Il mare non bagna Napoli, il libro di Anna Maria Ortese. Nella prima parte, egli accusa l'Italia per quanto è accaduto e accade a Napoli. Il rischio è che il lettore vi veda (fraintendendo, credo, il vero pensiero di La Capria) una sorta di assoluzione per Napoli, un voler gettare sulle spalle di altri le responsabilità. Nella seconda parte, però, egli dedica un giudizio molto affilato e duro alla borghesia napoletana, della quale dice che essa non si è mai confrontata con il mondo e, pertanto, non è mai stata in grado di conoscersi: «Come si fa a essere classe dirigente se non si sa chi si è?».


Io credo che a Napoli oggi possa servire più questo duro giudizio sull'inettitudine della sua borghesia, della sua classe dirigente, che una chiamata di correo per l'Italia nel suo insieme. Perché nelle chiamate di correo è sempre insito il rischio, anche al di là delle intenzioni, di allontanare la responsabilità da chi in primo luogo la possiede. E' mia impressione che i napoletani, e in particolare proprio quella borghesia da cui fin qui, nella vicenda dei rifiuti, ci si è attesi invano uno scatto d'orgoglio, la manifestazione di un'inequivocabile volontà di prendere in mano il destino della propria città, non abbiano ancora misurato fino in fondo il baratro morale in cui Napoli è precipitata agli occhi del resto dell'Italia. Forse, per quella normale forma di cortesia che impronta le conversazioni private, i non napoletani evitano di calcare troppo la mano quando parlano con dei napoletani. Ma è purtroppo un fatto che, ad esempio, quando al Nord oggi si parla di Napoli (e la cosa non coinvolge solo elettori leghisti ma i più disparati ambienti, culturali e politici) smorfie e commenti carichi di disprezzo sono la regola. Il resto del Paese si sente danneggiato da Napoli due volte. In termini di immagine, perché la vicenda napoletana dei rifiuti coinvolge l'intera Italia agli occhi del resto del Mondo. E in termini di sforzo finanziario, perché quella storia costa cifre colossali ai contribuenti italiani.


Da quindici anni, o quanti ne sono passati da quando dura il problema dei rifiuti, afflitta da quegli antichi difetti acutamente individuati da La Capria, la società civile napoletana, quell'ambiente borghese fatto di professionisti, professori, imprenditori, giornalisti, magistrati, è stato silente, e quindi complice, degli errori inanellati dalla classe politica. Quella società civile non può fingere di non avere responsabilità possedendo essa le risorse culturali ed economiche che avrebbero potuto metterla in grado di esercitare un'influenza positiva, se solo lo avesse voluto.

Trovo stupefacente che quella classe borghese non abbia ancora sentito su di sé tutto il peso morale dell'emergenza e non si sia data da fare di conseguenza. Trovo strano, ad esempio, che essa non sia stata ancora in grado di portare in piazza mezzo milione, o più, di persone, con lo scopo di solidarizzare con chi, da De Gennaro a Bertolaso, ha tentato e tenta l'impossibile per rimediare, e di dire basta alle manovre dilatorie e alle «rivolte » suscitate ad arte, mediante le quali, da troppo tempo, si impedisce di porre termine a questa scandalosa situazione. Se quella reazione ci fosse stata, il clima e il vento sarebbero già cambiati e Napoli potrebbe guardare con più fiducia al futuro. Per i rifiuti ma forse anche per i suoi più generali problemi di sviluppo. L'assenza di quella reazione spiega anche l'incapacità delle istituzioni di cooperare fra loro (come mostra l'ultimo, devastante, intervento della magistratura), di remare nella stessa direzione.

Non dovrebbe essere questo il compito di intellettuali di grande prestigio come La Capria? Quello di spingere i propri concittadini ad abbandonare l'apatia, a muoversi per riconquistare un orgoglio e un onore oggi perduti? Anche i difetti più antichi e radicati di una classe dirigente che, in realtà, non sa dirigere più nulla, possono essere riscattati nelle situazioni di emergenza. Anzi, è solo in presenza di crisi gravissime che potenziali classi dirigenti, abituate a stare in ginocchio, riescono talvolta ad alzarsi in piedi.
In quasi tutto il Sud, non solo a Napoli, è da sempre radicata l'idea che tocchi agli altri, al Nord ricco oppure allo Stato, «risarcire» il Sud, risolvere i problemi della società meridionale. Ma è una tragica illusione. Gli «altri», si tratti dello Stato o di qualunque altra entità, anche ammesso (e non concesso) che lo vogliano, non potrebbero comunque riuscirci. Nessuno è in grado di aiutare davvero un altro se quest'ultimo non aiuta se stesso per primo.


31 maggio 2008

Napoli, l’abulia della borghesia

Corriere della Sera 2 giugno 2008
Risposta a Panebianco
Napoli, l’abulia della borghesia
di Raffaele La Capria

A un attento onesto e sottile politologo come Angelo Panebianco l’ambiguità non conviene, non può permettersela. Ma uno scrittore, certo meno esperto di politica e spesso costretto ad occuparsene per forza maggiore, l’ambiguità — specie in un caso in cui entrano in ballo anche i sentimenti — a uno scrittore l’ambiguità a volte può essere consentita. E non tanto perché lui stesso è ambiguo ma perché è la realtà a essere ambigua. A proposito della mia risposta all’articolo di Galli della Loggia «Perché il Sud è senza voce» io ho voluto contestare il fatto che fosse senza voce perché quella voce ce l’ha ed è disperata e ha attraversato tutta la storia del Mezzogiorno. La voce dunque c’è, non c’è la società. Questo anch’io lo so e lo deploro, l’ho deplorato ogni volta che ho preso la penna. Io so che la società della «napoletanità», che ha retto fino alla fine della prima guerra mondiale, era una società fondata su un mito, ma bene o male esisteva. Si è man mano sfaldata nel secondo dopoguerra. E quando tra società civile e società illegale il confine è diventato labile, ed è arrivato il sindaco Lauro, la speculazione edilizia e il terremoto, lo sfacelo è stato generale.
Ora certo anch’io desidero che l’ultimo flagello, quello dei rifiuti, agisse come un colpo di frusta. Ma detto questo non credo che se la borghesia napoletana scendesse in piazza contribuirebbe a far nascere quella società civile che non c’è, e a risolvere il problema della monnezza che in quattordici anni i pubblici amministratori non sono riusciti a gestire. È vero ci sono problemi terribili nel mondo, come fame e sovrappopolazione, che sembrano insolvibili. A volte mi pare che il problema di Napoli appartenga a questa categoria, solo che è più piccolo e dunque forse risolvibile nel tempo. Non in breve. E non con una manifestazione in piazza.
La «storia lenta» che ha determinato la scarsa presenza della borghesia nelle regioni meridionali non può diventare all’improvviso «storia rapida» con una pur auspicabile mobilitazione della classe borghese della città. La «storia lenta» ha a che fare con i miti, gli archetipi, le sopravvivenze, il linguaggio, le superstizioni, le tradizioni, con tutto ciò che concorre a formare la mentalità. La mentalità è più forte della cultura ed è più forte della ragione, fa parte di quel mistero nascosto di cui parla la Ortese ne «Il mare non bagna Napoli». Il mare, cioè la felicità, non tocca Napoli a causa della mentalità.
Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità separate, nasce l’incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune superiore all’interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono. È questa della mentalità la vera arretratezza di un paese malato di populismo, che ha confuso la democrazia con un pluralismo inconcludente gridato nelle piazze e ampliato dalla televisione.
Solo dove non c’è libertà si ha un destino, solo chi se lo è voluto ha un destino. Il destino è una delle tante forme dell’immobilità, ed è nella natura del destino di non poter trovare in sé il proprio correttivo. Un destino è immutabile perché la natura (arcaica) che lo ha determinato non sa produrre al proprio interno gli anticorpi del cambiamento, e cioè «non sa criticarsi». La corruzione delle mentalità venute di colpo in contatto con la modernità ha rafforzato nel Sud mafie e camorre di vario genere e nel Nord la degenerazione della logica del profitto (tangenti). È sul terreno delle mentalità che la cultura deve affrontare il Nemico. Ma per farlo la cultura dell’intero Paese anziché idealistica (e ideologica) avrebbe dovuto essere pragmatica.
È perché ho questo paesaggio davanti a me, che agli occhi di Panebianco posso apparire ambiguo. Se un politologo vede le cose dal punto di vista politico, uno scrittore le vede dal punto di vista dell’esistenza. L’esistenza è «tutto quello che accade». Ma non c’è dubbio che dal punto di vista morale sono anch’io colpito dall’abulia della classe borghese della mia città, la condanno e la giudico negativamente, e soprattutto non voglio scaricare su altri responsabilità che sono nostre. Ma non posso nemmeno impedirmi di vedere le cose come stanno, e dire che se ora si riconosce che la storia dei rifiuti fa fare una brutta figura a tutto il Paese, il Paese questa brutta figura l’ha già fatta da più di cent’anni a questa parte, da quando nacque la Questione Meridionale.

1 giugno 2008

Perchè l'Italia non sente la voce del Sud?

Raffaele La Capria - Il Corriere della Sera del 30 maggio 2008

Avevo appena finito di scrivere per il Corriere l'articolo che segue su Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, quando ho letto il fondo di Ernesto Galli della Loggia dal titolo «Perché il Sud è senza voce».
Io cambierei il titolo in quest'altro: «Perché l'Italia non sente la voce del Sud». È dal tempo di Giustino Fortunato che questa voce si è levata, e si è levata di nuovo nel dopoguerra con Cristo si è fermato a Eboli e ha continuato sempre a gridare: vedete, la situazione è questa, queste sono le cause, questi i rimedi.
Ma siamo sempre fermi a Eboli.
Inutilmente Levi, la Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia e ora Saviano hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai al livello della classe intellettuale, l'ha semplicemente ignorata per inseguire le proprie trame non sempre lecite. Quando Rosi ed io con
Le mani sulla città denunciammo, ancora in tempo utile, l'orrenda speculazione edilizia che ha trasformato la bella Napoli della cartolina col pino in un'orrenda megalopoli sudamericana con relative favelas, chi ne prese atto? Quali furono i provvedimenti presi dalla politica, escluso quello di ostacolare l'assegnazione nel 1963 del Leone d'Oro che la giuria invece attribuì al film? La voce di Napoli non supera la linea Gotica, non la supera il Mattino, non la supera ogni evento culturale nato a Napoli, non il Premio Napoli, non la Fiera del Libro, non il nuovo Museo d'Arte Moderna, non la supera perché all'Italia la voce di Napoli non interessa.
All'Italia no, ma al mondo sì invece, il mondo l'ascolta. Il Cristo di Levi, il Gattopardo, Gomorra, Le mani sulla città, tanto per fare qualche esempio, sono conosciuti ed onorati in tutto il mondo. Napoli è l'unica città italiana che dà ogni anno con un romanzo o un saggio una rappresentazione critica di se stessa. L'ultima in ordine di tempo è Napoli Ferrovia di Ermanno Rea. Ma chi ne tiene conto? È la classe politica che dovrebbe essere più interessata ad ascoltare la voce di Napoli, la classe politica italiana, e non solo napoletana, ad interessarsi di più alla cultura.
Ora credono di liberarsi del problema Sud con una ingente somma di danaro mal speso, ora inviando l'esercito, ma sempre con l'idea di trattare con «quelli là», non con qualcosa che strettamente li riguarda. Con l'esercito fecero l'Annessione senza stipulare alcun patto, con l'esercito adesso vorrebbero fare la dis-Annessione dalla monnezza. Siamo sempre lì. Allora per favore non diciamo che il Sud è senza voce, diciamo che ha tutte le colpe ma non questa. Diciamo anche che l'Italia non ci vuol sentire. Come si fa a non curarsi della gente, a buttarla nelle varie Scampie e favelas, a non creare occasioni di lavoro a una popolazione indigente, a tenerla in condizioni di vita peggiori di quelle in cui si trovano i rom nei loro campi, e poi pretendere la raccolta differenziata, la coscienza civica e tutto il resto. Non può il governo centrale abbandonare la gente così e poi colpevolizzarla. Chi semina vento si sa cosa raccoglie.
Ecco, ora segue l'articolo sulla Ortese che avevo scritto. Tratta di argomenti non lontani da questi ma li prende da un punto di vista diverso e con una voce particolare, la voce poetica di Anna Maria Ortese. Anche Anna Maria accusava gli intellettuali del Sud, quasi che lei non ne facesse parte. Ma dico di più: che la vulgata colpevolizzatrice è tanto forte in Italia che i napoletani stessi per primi ci credono, e sembra sempre che ognuno di loro debba giustificarsi di colpe storiche che invece appartengono a tutti.
Come dicevo, ho riletto Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, che Adelphi ripubblica. È un libro che a suo tempo fece scalpore, non meno di quanto oggi Gomorra, perché toccava un punto dolente nella storia della città. Come mai Napoli non è riuscita mai ad esprimere una classe intellettuale capace di incidere sulla vita della città e di colmare il fossato esistente tra la borghesia (la classe dirigente) e il popolo, o meglio quella parte della popolazione chiamata plebe? Nel capitolo intitolato «Il silenzio della ragione », la Ortese scrive: «Esiste nelle estreme e più lucenti terre del Sud un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno d'illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni. Se solo un attimo quella difesa si allentasse, se le voci dolci e fredde della ragione umana potessero penetrare quella natura, essa ne rimarrebbe fulminata ».
Cosa intendeva la Ortese per ragione e per natura? La ragione non poteva essere che quella pragmatica di ogni moderna democrazia, fondata su una società civile obbediente alla legalità. La natura erano i miti che i napoletani continuamente cantano a se stessi e che ne hanno determinato la mentalità e segnato il destino.
La Ortese sperava, anzi aveva sperato, che la cultura proposta da un piccolo gruppo di intellettuali riuniti intorno alla rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas, un gruppetto di cui lei faceva parte con altri suoi amici, tra cui c'ero anche io, avrebbe potuto cambiare le cose, avrebbe potuto «rimuovere il mito terribile del sentimento, chiarendo tutte le alterazioni e deformazioni cui esso aveva condotto l'odierna società partenopea ».
Certo è che quando scrisse Il mare non bagna Napoli (nel 1953) ogni illusione era svanita ed era sopravvenuta in lei una delusione enorme. Ne fecero le spese tutti i suoi amici di una volta, contro i quali lei si rivoltò quasi fossero essi per primi i colpevoli, i nemici di quella ragione. E li descrisse criticandoli in modo spietato, soprattutto Compagnone e Rea, di cui dipinse due memorabili ritratti. Adesso che quegli amici sono quasi tutti morti e io sono quasi l'unico superstite di quel tempo, posso confermare non solo quel che in verità ho sempre detto, che Il mare non bagna Napoli è un libro bellissimo, ma anche che Anna Maria aveva individuato bene il punto dolente della questione napoletana, e l'occulta causa della sua irrisolvibilità. Solo che i colpevoli non eravamo noi, come lei semplificando mostrava di credere, ma era di quel ministero nascosto cui lei stessa aveva accennato.
Dopo questa premessa, e cessata ogni polemica, mi sembra che oggi io possa considerare questo libro dal solo punto di vista letterario come un esempio notevole di quel saggismo creativo che si avvale di uno stile misto, autobiografico e narrativo, per raccontare con estrema libertà la realtà che interessa lo scrittore. La finzione su cui si regge il libro è che l'autrice sia stata invitata da un giornale del Nord a fare un'inchiesta sui giovani scrittori napoletani. E in effetti così fu. Ma ho detto finzione perché lei si comporta non come una che conosce benissimo la città e le persone di cui parla, ma come una, che appena arrivata le scopre, scopre uomini e cose e se ne meraviglia, quasi che li vedesse per la prima volta.
Il suo deliberato straniamento, insomma, l'aiuta a rendere più intensa la sua visione e i suoi sentimenti verso la città e gli amici, ma proprio in questa intensità, sapendo come stanno le cose, io sento un che di eccessivo e un suono un po' falso. E rivelatore in questo senso mi pare il primo bel racconto del libro, quello intitolato «Un paio di occhiali» dove c'è una bambina «cecata» (cioè miope) cui viene finalmente regalato un paio di occhiali, ma quando la bambina se li mette e vede lo squallore del vicolo in cui vive, scoppia a piangere disperatamente. Non si può fare a meno di pensare che è lei, la scrittrice, la bambina «cecata».
Cecata dall'illusione prima e dalla delusione dopo, che non le fanno mai vedere la realtà come effettivamente è. Se chi scrive prima si illude su una determinata realtà e poi ne è deluso, finisce per alterarne la stessa percezione. Di conseguenza la rappresentazione, anche se artisticamente riuscita, risulterà alterata. E questo mi pare che accada anche in un altro capitolo del libro intitolato «La città involontaria». È questo un edificio della lunghezza di circa 300 metri chiamato III e IV Granili, un ghetto della povertà e dell'abbandono.
Non si capisce come, dopo aver letto la descrizione della Ortese, qualcuno abbia potuto pensare di costruire «Le vele» di Secondigliano. Un segno dell'ignoranza della classe dirigente e della nessuna influenza degli intellettuali e delle loro denunce, un'altra sconfitta della ragione insomma. C'è qualcosa di grandioso nella tetraggine e nell'orrore di questa rappresentazione, qualcosa di goyesco nel suo cupo splendore, e qualcosa di diverso dal realismo della narrativa meridionale che l'aveva preceduto. Eppure ci si domanda (e se lo domanda anche la Ortese), se quella realtà che lei descrive l'abbia talmente soggiogata da farle «confondere una rappresentazione con la vita stessa», come lei scrive, e la «città involontaria» con Napoli.
Con lo stesso sguardo nel capitolo «Il silenzio della ragione» ella rivide i suoi amici d'una volta e li descrisse con sottile ma penetrante crudeltà, notando ogni loro difetto fisico e morale. Oggi si può dire che quello di Compagnone e quello di Rea sono i più bei ritratti della letteratura italiana contemporanea? L'unico appunto che si può fare, è che sono troppo calcati su due personaggi esistenti, e perciò non hanno il carisma dei personaggi inventati dai grandi romanzieri, quelli che diventano universali perché ognuno può ritrovarvi una parte di se stesso. Rea e Compagnone sono criticati non perché fanno qualcosa, ma perché sono come sono. È giusto?
Ancora un altro appunto, marginale: È lecito usare in tal modo due persone con tanto di nome e cognome? E se quei due scrittori, invece che Compagnone e Rea, fossero stati, mettiamo, Vittorini e Pavese, la cosa sarebbe passata liscia? Ma quei due erano scrittori napoletani innanzitutto, e dunque già pregiudizialmente destinati ad essere caratteristici. La Ortese aveva soltanto resa letterariamente più pregevole la caratterizzazione.
Infine un'osservazione generale: a Napoli la borghesia non ha mai parlato veramente di se stessa, nessuna recherche nell'interiorità, non si è voluta mai guardare dentro, non si è mai confrontata col mondo. È stato quasi sempre l'elemento locale che l'ha attratta e sopraffatta. Se non si è capaci di criticarsi, di confrontarsi col mondo, di conoscersi e di giudicarsi, come si fa a sapere chi si è? Come si fa ad essere classe dirigente se non si sa chi si è? Lo sguardo impietoso di Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli ha rotto un tabù e costretto finalmente la borghesia vedersi e a parlare di se stessa fuori dagli schemi consueti.
Ha provocato un trauma? Ha esagerato? Ha semplificato? Si è fatta trasportare dal sentimento e dal risentimento? Può darsi, ma ha scritto un bel libro, una memorabile testimonianza, necessaria a chiunque voglia comprendere qualcosa su Napoli.